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Foto di Alex Antonini da flickr.comNessun festeggiamento, o quasi. Nessun carosello di auto e di bandiere. Solo i militanti e i simpatizzanti della Lega hanno (giustamente) brindato. Gli altri, a partire da quelli del Pdl, sono invece rimasti zitti e muti: persino nelle sedi di partito, che erano già praticamente vuote alle 10 di lunedì sera, l'entusiasmo è stato moderato. Non è un caso: il voto che ha portato per la terza volta Silvio Berlusconi a palazzo Chigi, questa volta non è stato un voto (solo) ideologico. È stato un voto di disperazione.

Anche per questo il cammino per Berlusconi, nonostante la schiacciante maggioranza parlamentare, si preannuncia difficilissimo. Il Cavaliere, infatti, ha dalla sua uno zoccolo duro di un 15-20 per cento di cittadini-fans sfegatati. Gli altri lo hanno invece premiato o perché stavano con la Lega o perché consideravano il centro-destra un po' meno peggio del centro-sinistra.

Walter Veltroni, come ho scritto un mese fa, aveva la possibilità di ribaltare il risultato, o quantomeno di ridurre il margine di sconfitta. Ma per farlo avrebbe dovuto presentare delle liste di candidati radicalmente nuove, prive di condannati ed inquisiti, piene di giovani e di amministratori locali radicati sul territorio. Solo così avrebbe potuto rimarcare le differenze con lo schieramento avversario. E condurre, come si fa nelle democrazie mature, una campagna elettorale d'attacco. Che questa fosse l'unica strada percorribile lo dimostra quello che è accaduto in Sicilia, dove la donna di apparato Anna Finocchiaro, è riuscita a raccogliere il 15 per cento di consensi in meno, rispetto a quanto aveva fatto Rita Borsellino nel 2006. Invece la novità non c'è stata, e il centrosinistra ha perso. Di brutto.

Veltroni farà tesoro della lezione? Per il momento c'è da dubitarne. La discussione che si è aperta nel Pd per la sostituzione di Prodi sulla poltrona di presidente del partito, lascia presagire il peggio. Quel posto è infatti reclamato a gran voce dagli uomini di Franco Marini e Massimo D'Alema, i quali vogliono sbarrare la strada a Rosy Bindi. E il tutto si sta svolgendo all'interno delle più perfette e vecchie logiche della nomenklatura.

Berlusconi, però, ha poco da gioire. Oggi, soprattutto grazie alla Lega, si trova ad avere a che fare con una base realmente popolare che chiede un miglioramento delle condizioni di vita, aumenti di stipendio e più sicurezza. Difficile che sia in grado di dare queste risposte. La congiuntura economica internazionale è quel che è e inoltre nelle prime settimane di governo il Cavaliere si troverà a dover risolvere i problemi di sempre: i suoi processi (due in corso a Milano, uno a Napoli più un'inchiesta a Roma) e quelli dei suoi amici. Non è insomma difficile pensare che tra qualche mese anche gli elettori di centro-destra ricominceranno a ricordare come a Roma si sia insediato un parlamento non di eletti, ma di nominati dalle segreterie dei partiti. Un parlamento oltretutto pessimo sotto il profilo delle biografie di moltissimi deputati e senatori.

Per questo la lotta per un sistema elettorale che consenta in qualche modo di scegliere direttamente i propri rappresentanti, dovrebbe diventare il cavallo di battaglia delle opposizioni. Una parola d'ordine semplice, immediatamente comprensibile, capace di raccogliere consensi sia a destra che a sinistra. Sempre che non ci pensi prima Berlusconi: quale aria tiri nel paese lui lo sa benissimo. Non per nulla garantisce che dimezzerà i parlamentari e abolirà le province. Dell'elezione "diretta" di deputati e senatori, invece, parla poco o niente: se passasse una riforma del genere dopo pochi mesi, infatti, il nuovo parlamento, il suo parlamento, dovrebbe andare a casa. Anche per questo sarebbe forse il caso di capire se al ritorno al voto di preferenza (o al maggioritario), si può arrivare attraverso un referendum. Una consultazione  del genere riserverebbe molte piacevoli sorprese. E sarebbe senz'altro molto più efficace delle 350.000 firme raccolte per una legge d'iniziativa popolare che nessuno nei palazzi della Capitale vuole discutere.

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