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Foto di lucioforterepubblica da flickr.comTotò paragonava la morte alla “livella” che, alla fine della vita, rende finalmente tutti uguali. Ma, per sua fortuna, non aveva visto all’opera il Parlamento italiano della XV legislatura, che due giorni fa, approvando la legge finanziaria, ha deciso di tenere separate le sorti delle vittime del terrorismo da quella delle vittime della mafia. Le prime ricevono dallo Stato un sussidio più che doppio rispetto alle seconde. Le vite dei magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, politici, sacerdoti, semplici cittadini ammazzati dai mafiosi valgono meno di quelle di chi ha avuto la fortuna di essere assassinato dai brigatisti rossi e neri.

Per questo Sonia Alfano e Tina Montinaro, rispettivamente figlia del giornalista Beppe ammazzato da Cosa Nostra e vedova di Antonio ucciso nella strage di Capaci mentre faceva da scorta a Giovanni Falcone, sono da due giorni incatenate alla cancellata della Prefettura di Palermo, insieme ai parenti di altre vittime “di serie B”, cioè delle cosche. Le ho incontrate ieri sera, in una Palermo insolitamente fredda e piovosa. C’era, nel loro piccolo gazebo, una minuscola folla di cittadini. C’era anche un parlamentare Ds, Beppe Lumia. E c’era la telecamera di Annozero, che presto si occuperà del caso.

Le ho trovate in piedi, Sonia e Tina. Molto fiere del loro gesto, ma anche mortificate a causa di uno Stato che sta ammazzando per la seconda (anzi, per l’ennesima volta) i loro cari. Sonia si augurava, con un paradosso terribile, che i mafiosi pentiti non si convertano allo Stato, ma alle Brigate rosse. Così, di conseguenza, le vittime di mafia potranno finalmente essere equiparate a quelle del terrorismo. Sonia si augurava pure che il cosiddetto ministro Mastella, che ha annunciato una querela a Beppe Grillo per aver ripetuto ciò che aveva detto lei (“Una volta per eliminare i giudici bisognava ammazzarli, adesso basta il ministro che chiede di trasferirli), denunci anche lei. Siccome Mastella ha annunciato che devolverà il risarcimento danni, se l’otterrà, alle vittime della mafia, denunciando lei potrà portarle via i soldi da una tasca e riconsegnarglieli nell’altra. E la partita finirà pari a patta.

Rientrando in albergo, ho acceso la tv per vedere se per caso qualche tg o qualche talk show si stava occupando della faccenda. A “Speciale Tg1Gianni Riotta, con quella faccia da Riotta, stava inscenando il solito minuetto tra politici (Matteoli di An e Rutelli del Pd) e alcuni direttori di giornale sulla vera emergenza del Paese: i partiti che non “dialogano” a sufficienza sulle “grandi riforme”. A “MatrixEnrico Mentana, con quella faccia da Mentana, ospitava l’altra metà della famiglia Rutelli, cioè Barbara Palombelli, per risolvere un’altra emergenza nazionale: il delitto di Perugia. Tra spegnere e vomitare, ho preferito spegnere.

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Foto di semantico da flickr.comIl procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, ha riaperto l'inchiesta sulla strage di Cefalonia. A 64 anni dal massacro di oltre 4000 soldati italiani barbaramente trucidati dai nazisti, la magistratura italiana ha iscritto sul registro degli indagati sette soldati tedeschi che in Germania erano sfuggiti alla condanna grazie alla prescrizione. Repubblica oggi dedica alla vicenda due articoli, molto ben scritti e molto ben documentati, assai interessanti dal punto di vista storico. E questo è proprio il punto.

I sette infatti sono tutti novantenni. Prima di una condanna definitiva, presumibilmente, saranno tutti morti. E anche se qualcuno di loro riuscisse a varcare la soglia del secolo di vita, non varcherà mai quella del carcere. Cosa serve, dunque, spendere tempo e denaro per processarli?

In merito esistono due tipi di risposte. La prima: l'esercizio dell'azione penale in Italia è obbligatorio. L'omicidio plurimo aggravato non si prescrive e quindi, dopo la sentenza tedesca, la giustizia italiana ha il dovere di agire. La seconda, ancor più meditata, dice: molti storici revisionisti tentano di far passare quello di Cefalonia per «un sacrificio inutile», un'indagine e un processo dimostreranno che le cose non stanno così. La sentenza servirà per ribadire che l'Italia repubblicana è nata anche dalla ribellione contro il nazi-fascismo.

Tutto giusto. Io però di risposta ne azzardo una terza. La magistratura militare è un ente inutile. Qualche mese fa Benedetto Manlio Roberti, giudice con le stellette in quel di Padova, ha detto: «Devo riconoscerlo: rubo legalmente il mio stipendio». In Italia infatti i magistrati militari sono 103, ma abolita la leva, non hanno niente da fare. Le statistiche raccontano che attualmente i fascicoli sulle loro scrivanie sono meno di 350. Ovvio quindi che sentano il bisogno di giustificare in qualche modo la propria esistenza.

Insomma, il caso Cefalonia deve servire a rimettere i puntini sulle i, non solo alla Storia, ma anche alla giustizia. I tribunali militari vanno chiusi. Subito. Chi ci lavora deve passare in quelli ordinari e possibilmente processare il presente. 

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Foto di hugable_and_bugable da flickr.comda Vanity Fair del 14 novembre 2007

Dai giorni della sconfitta elettorale Silvio Berlusconi è entrato in una realtà parallela – teatrale o addirittura virtuale - dove si respira la più perfetta assenza di gravità. La quale non riguarda il peso dei corpi, ma quello delle parole e dei fatti. Da allora è diventato maschera, finzione, personaggio. Che con perfetta impunità può dire e disdire senza suscitare più scandalo (“Il governo è illegittimo”; “Sono scomparse un milione di schede”; “I comunisti sono al potere”). Può fare e disfare. Contraddirsi. Sbalordire, ma senza conseguenze. Dire di Enzo Biagi un incredibile: “Lo stimavo come uomo e come giornalista”, con l’identica calma di quando, da Sofia, gli attribuì “un uso criminoso della tv” decretandone la sua estromissione fino al licenziamento. Può passare l’intera estate al Billionaire. Frequentare ragazzine e Apicella. Definirsi “Uno statista”. E nella giornata di lutto per la signora Reggiani, uccisa a Roma, raccontare barzellette piccanti tra le signore del Bagaglino.

Domenica scorsa alla convention dei Circoli di Forza Italia a Montecatini, ha pronunciato l’elogio di Marcello Dell’Utri, pluricondannato dai tribunali di Torino e di Palermo, indicandolo come esempio morale per le nuove generazioni azzurre. Ha difeso la memoria di Vittorio Mangano, il boss morto in carcere, condannato per omicidio, che a metà dei Settanta assunse come fattore a Arcore e che “la domenica serviva messa nella cappella di famiglia”. Il giorno prima, davanti ai militanti in nero del nuovo partito di Francesco Storace e Assunta Almirante, la Destra, ha promesso un’alleanza radiosa, mentre la platea in piedi, scandiva “Duce! Duce!”, con le braccia tese nel saluto romano. Tutto gli scivola, come acqua sui vetri. Affrancato anche dal (buon) senso. Imperturbabile. E talmente illuminato da risultare invisibile.

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Foto di Jeff Kubina da flickr.comL'altro ieri Silvio Berlusconi ha dato fondo alla sua sfrenata fantasia a proposito del presunto "stalliere" e vero mafioso Vittorio Mangano. Non ha potuto fare a meno di parlarne, perchè sta per arrivare la sentenza d'appello nel processo per mafia a carico di Marcello Dell'Utri, che infatti gli stava accanto con un'espressione facciale decisamente persuasiva.

Per chi volesse conoscere, in sintesi, la vera storia di Mangano, Dell'Utri e Berlusconi, dei quali parlò il giudice Paolo Borsellino in una celebre intervista mai andata in onda a due giornalisti francesi, due giorni prima della strage di Capaci, ecco un articolo che Peter Gomez e io abbiamo pubblicato sull'Espresso del 26 dicembre 2004.

Cosa nostra affari loro
Gli incontri con i boss. I patti segreti. Le minacce. I pagamenti. Gli appoggi elettorali. Gli atti del processo disegnano le relazioni pericolose di Marcello Dell'Utri.

di Peter Gomez e Marco Travaglio


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Foto di funkymorro da flickr.comUliwood party
da l'Unità del 10 novembre 2007

L’altroieri, nell’AnnoZero dedicato a Enzo Biagi e dunque alla censura, la Rai del centrosinistra ha pensato bene di censurare Filippo Facci, giornalista della Fininvest e del Giornale, reo di aver definito la Rai «una cloaca», dunque querelato e tenuto fuori della porta.

Quando queste cose le faceva la Rai del centrodestra, un giorno sì e l’altro pure, gli house organ berlusconiani scrivevano che la colpa della censura non era dei censori, ma dei censurati che se l’andavano a cercare per poi fare i martiri. Tra i più convinti assertori della singolare tesi c’era proprio Facci, che all’epoca si guardava bene dal definire «cloaca» la Rai.

Ora sarebbe facile ritorcergli contro il suo sragionamento: Santoro ti invita il martedì per il giovedì, e tu il mercoledì scrivi che la Rai è una cloaca (e sul giornale di Berlusconi, sai che eroismo), dunque l’hai fatto apposta per farti cacciare e tirartela da martire. Ma, non essendo io Facci e non volendo diventarlo, non lo scrivo e non lo penso. Penso invece che Facci abbia il diritto di scrivere tutte le fesserie che vuole e chi si ritiene diffamato abbia il diritto di querelarlo. In attesa del giudizio dei giudici, che di solito arriva dopo 10 d’anni, Facci non può restar fuori dal «servizio pubblico», proprio perché è pubblico, cioè di tutti. Anche di Facci e dei suoi lettori.

Dire: «Ti ho querelato, quindi non entri» è un abuso illiberale. Come se le Poste non consegnassero più le lettere a chi è in causa con loro. Ma alla Rai è ancora più grave, perché dirigenti e amministratori sono scelti dai partiti. Dunque gli emissari dei partiti hanno in mano un’arma formidabile per tagliare fuori (com’è avvenuto nel quinquennio del regime berlusconiano) chi è sgradito ai partiti: basta una querela, fondata o infondata che sia...

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Foto di niklens da flickr.comHa ragione il grande Piero Mazzarella, l’attore, che uscendo dalla camera ardente allestita per Enzo Biagi dice ai microfoni: “Oggi ho sentito un uomo politico importante dire che di Enzo Biagi aveva stima. A me sembra veramente troppo poco. Uomini come lui li lasciano morire e sono capaci di commemorarli quando finalmente se ne sono andati, così loro si sentono più tranquilli”.

L’uomo politico che Mazzarella non nomina non è solo Silvio Berlusconi, quello dell’editto bulgaro che oggi dice: “Non c’è mai stato alcun editto bulgaro”. Ma i moltissimi altri uomini magari non politici, magari giornalisti – furbi, in carriera, apparentemente miti, affettuosamente bugiardi o anche solo poco coraggiosi –  che incensano Biagi, ma intanto lo tradiscono, facendogli il torto di non rispettare la sua prima e la sua ultima volontà: testimoniare i fatti con la verità e usare i fatti per raccontarla.

Come Gianni Riotta, il furbo direttore del Tg1, che nella serata del cordoglio racconta proprio tutto di Biagi (lo chiama Enzo, lo ammira, lo incensa, gli rende omaggio) ma all’ultimo si scorda di rimandare in onda proprio l’editto bulgaro, quello che non esiste, quello che non si deve rivedere. Col quale Enzo Biagi, se avesse fatto lui il servizio sul proprio onorato addio, avrebbe iniziato il pezzo.


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Foto di MissPasta da flickr.comLeggi l'Uliwood party dell'8 novembre

Silvio Berlusconi
, tra una serata al Bagaglino e una spallata fallita al governo, ha trovato il tempo e soprattutto la faccia tosta di ricordare Enzo Biagi. Con queste testuali parole: «Al di là delle vicende che ci hanno qualche volta diviso, rendo omaggio ad uno dei protagonisti del giornalismo italiano cui sono stato per lungo tempo legato da un rapporto di cordialità che nasceva dalla stima».

Le vicende che li hanno qualche volta divisi si chiamano diktat bulgaro del 18 aprile 2002, quando l’allora presidente del Consiglio ordinò la cacciata dalla Rai di Biagi, Santoro e Luttazzi per “uso criminoso della televisione”, trovando subito uno stuolo di servi furbi, da Agostino Saccà a Fabrizio Del Noce, pronti a obbedirgli.

Morire a 87 anni può capitare. Rovinare gli ultimi anni di vita a un grande giornalista è un crimine. Mentre salutiamo il grande Enzo, ci auguriamo che, diversamente da Montanelli, abbia trovato il tempo di stilare l’elenco delle facce che non voleva vedere al suo funerale. Mi dicono che ieri il Tg1 ha spiegato agli italiani che Biagi, in seguito “ad alcune divergenze” con la Rai, aveva “deciso” di abbandonarla. Spero che non sia vero, ma temo che lo sia. E’ la vulgata post mortem, che deve mettere d’accordo tutti, a proposito di uno dei più violenti casi di censura mai visti in una democrazia occidentale. Per ristabilire la verità dei fatti, pubblico qui di seguito i capitoli dei due libri che ho scritto con Peter Gomez a proposito di quella vergogna. A futura memoria. 

Enzo Biagi, censura criminosa
da Regime di Peter Gomez e Marco Travaglio (Bur, 2004)

Enzo Biagi si è cacciato da solo
da Inciucio di Marco Travaglio e Peter Gomez (Bur, 2006)

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