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Vignetta di Molly BezzZorro
l'Unità, 31 ottobre 2008


L’ottima svolta referendaria del Pd contro la porcata Gelmini (a proposito: perché non anche contro la porcata Alfano?) ha gettato nel più cupo sconforto l’on. Marco Follini, indimenticato ex vicepresidente del Consiglio del governo Berlusconi-2bis. Già aveva maldigerito la manifestazione del Circo Massimo che, diversamente da quelle che lui organizzava con l’Udc contro il centrosinistra, non gli è piaciuta per niente: sabato scorso, per evitare il collasso alla vista di tanta gente, si è tenuto ai margini della piazza, limitandosi a un’occhiatina di sfuggita ogni tanto. Ora però, alla parola “referendum”, s’è proprio sentito male. «E’ un inseguimento a Di Pietro, il Pd che si abbandona al radicalismo contraddice se stesso». Dove stia scritto che fare un referendum contro una legge sbagliata sia indice di pericoloso “radicalismo”, lo sa solo lui, visto che la Costituzione lo prevede come la quintessenza della democrazia. Ma la sua ossessione è Di Pietro: chiunque protesti contro le quotidiane porcherie del governo, a suo avviso «insegue Di Pietro», il che non va affatto bene (ma solo ora: sei mesi fa Follini veniva paracadutato alla Camera nella coalizione Pd-Idv). Ma soprattutto - sostiene Follini - il referendum sulla scuola che ricompatta Pd, Idv e Sinistra «è un regalo a Berlusconi, che non vede l’ora di avere un’opposizione radicale». Chissà perché i killer berlusconiani attaccano ogni giorno chiunque faccia un’opposizione radicale, risparmiando regolarmente Follini. Forse lo temono a tal punto che tremano al solo pensiero di nominarlo.
(Vignetta di Molly Bezz)

Gli approfondimenti dalla rassegna stampa - a cura di Ines Tabusso



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Vignetta di Natangelo
Zorro

l'Unità, 30 ottobre 2008


Il no del Cainano alla preferenza per le europee ha motivazioni alte e nobili: “Voglio che in Europa vada gente altamente qualificata e, nelle commissioni, professionisti di ogni materia. Solo scegliendo noi chi va in lista, siamo sicuri di una rappresentanza che difenda i nostri interessi”. A parte qualche imprecisione nell’uso dei pronomi (“scegliendo noi” al posto di “io”) e degli aggettivi (“nostri interessi” in luogo di “miei”), resta da capire il ruolo che Al Tappone riserva, nella nostra (anzi sua) democrazia, all’elettore. Se vuole avere a Bruxelles “gente qualificata”, basta candidare gente qualificata, poi i cittadini scelgono i migliori. Invece l’ami du peuple, quello che “il popolo sovrano”, “la gente è con noi”, “abbiamo preso i voti”, “siamo al 70%”, considera gli elettori un branco di decerebrati da tener lontani dalle decisioni, sennò votano gente sbagliata. Solo lui sceglie i “professionisti”. Infatti vuole la Carfagna, nota professionista, portavoce del governo. Ma è all’Europa che riserva i pezzi più pregiati della collezione. Commissario ai Trasporti: Antonio Tajani, un ex giornalista che di trasporti s’intende perché guida l’auto e prende l’aereo. Ex commissario alla Libertà e Giustizia: Rocco Buttiglione, purtroppo rimpatriato non appena aprì bocca. Anche le eurodeputate più qualificate le ha scelte lui: Iva Zanicchi ed Elisabetta Gardini. Dovreste vederle, nell’apposita commissione “Ok il prezzo è giusto”. Due così gli elettori non le avrebbero mai scelte. Meno male che c’è lui.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

Ho denunciato alle autorità competenti le parole di Cossiga - di Luca Assirelli

I video di Qui Milano Libera - Intervista sulla "riforma Gelmini" a Daniele Checchi


Il Tg1, la voce dell'innocenza - il video di Roberto Corradi



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Vignetta di NatangeloÈ impressionate il numero di errori politici che Silvio Berlusconi è riuscito ad inanellare nel giro di poche settimane. Convinto che i verbi comandare e governare siano sinonimi, il premier continua pensare che per cambiare il Paese sia sufficiente la forza della sua maggioranza. Il suo modello, lo ha detto più volte, è Margaret Thatcher, il primo ministro inglese che nei primi anni '80 fece ripartire l'economia del Regno Unito, grazie a un cura da cavallo basata su tagli allo stato sociale e liberalizzazioni. Berlusconi però non è la Thatcher, l'Italia non è l'Inghilterra (dove sono le liberalizzazioni, dov'è il sussidio di disoccupazione?) e soprattutto gli studenti, i genitori e i professori che in queste ore affollano le piazze, non sono i minatori inglesi che nel 1984 furono sconfitti dopo 12 mesi di sciopero.

La scuola e l'università, a differenza delle miniere, rappresentano il cuore pulsante dello Stato. E se una riforma e un intervento duro per eliminare sprechi e inefficienze sono necessari, è chiaro che la strategia dei tagli a pioggia e non mirati è destinata semplicemente ad imballare un sistema che già oggi funziona poco.

Anche nella maggioranza, alla fine, in molti se ne stanno rendendo conto. Solo che non lo possono dire. Berlusconi odia le sconfitte e ritirare il decreto Gelmini per lui sarebbe stato come replicare l'incubo dell'estate del 1994, quando la riforma delle pensioni varata dal suo primo governo fu messa nel cassetto, di fronte alle proteste dei sindacati, solo poche ore dopo essere stata proposta.

Così il Cavaliere tenta di correre ai ripari continuando a far la faccia feroce e blindando ancor più il suo potere. Promette l'ennesima legge-grida manzoniana per perseguire penalmente chi imbratta i muri; assiste compiaciuto ai primi tafferugli tra gli studenti di Forza Nuova e quelli anti-fascisti che gli permetteranno di dire «avevo ragione, in strada sono scesi i facinorosi»; insiste per ottenere una modifica delle norme elettorali per le europee che gli consentano di mandare anche a Strasburgo parlamentari nominati e non eletti dai cittadini; avanza l'idea di fare di Mara Carfagna la portavoce unica del governo. Insomma si agita per trovare una via d'uscita, mentre la recessione comincia fare sentire il suo peso anche in Italia.

È una strategia pericolosa. Per il Paese e, paradossalmente, anche per il suo governo. Tutte queste scelte sono infatti destinate a riportare in auge il tema della Casta, di cui ormai il premier rischia di diventare l'esponente principale.

Nel momento in cui si chiede ai cittadini di stringere la cinghia, trattarli anche come sudditi non è una buona idea. Le domande che prima o poi tutti cominceranno a farsi sono evidenti: punire chi sporca i muri va bene, ma come la mettiamo con i responsabili della crisi e dei disastri finanziari? E poi, perché devono rappresentarci solo persone scelte direttamente dal capo? Perché deve fare carriera nel governo una signorina che fino a quattro anni fa era una soubrette e posava nuda nei calendari? Tutto questo ha a che fare con la meritocrazia (che viene oggi invocata a sproposito per giustificare i tagli indiscriminati nella scuola) o piuttosto bisogna cominciare a ragionare sull'oligarchia? E ancora: ma i sacrifici ce li può davvero chiedere uno degli uomini più ricchi del mondo?

Si tratta di interrogativi pericolosi, soprattutto perché a porseli per primi sono gli uomini e le donne del mondo della scuola. Gente informata e che si informa. Gente che è in grado di informare gli altri. Potenzialmente, insomma, una valanga. Per questo Berlusconi continua a gettare benzina sul fuoco, sperando che le proteste sfocino nella violenza. Solo di fronte a problemi di ordine pubblico riuscirà a tener salda l'alleanza con la lega.

Agli uomini di Bossi il Cavaliere ha promesso il federalismo, ma gli eventi di queste settimane hanno messo questa riforma in secondo piano. Tra i leghisti però il malumore cresce. Già ora i parlamentari del carroccio hanno difficoltà a spiegare ai sindaci dei piccoli comuni del nord che, a causa dell'accoppiata Gelmini-Tremonti, molte delle loro scuole verranno chiuse. Domani sarà il turno delle giustificazioni davanti agli elettori. Chi vota lega, dopo aver visto per mesi il proprio movimento chinare la testa di fronte ai voleri del capo, almeno un risultato vorrebbe portarselo a casa. Ma il federalismo è lontano, mentre le elezioni europee (primo banco di prova della maggioranza) sono sempre più vicine.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

I video di Qui Milano Libera - Intervista sulla "riforma Gelmini" a Daniele Checchi




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Foto di Roberto CorradiZorro

l'Unità, 28 ottobre 2008


La piazza di Aulla, in Lunigiana, era dedicata ad Antonio Gramsci. Poi arrivò il sindaco Lucio Barani, socialista di andata e di ritorno, e pensò bene di farne un condominio: metà a Gramsci, metà a Bettino Craxi. Uno morto in Italia dopo anni di carcere per le sue idee, l’altro morto latitante in Tunisia per non finire in carcere per le sue ruberie. Nella piazza spuntarono due statue: una per commemorare degnamente l’illustre pregiudicato, una per ricordare le “vittime di Tangentopoli” (non gli italiani derubati, ma i politici ladri). Aulla venne pure dichiarata “comune dedipietrizzato”. Poi, fortunatamente, Barani finì il suo mandato e fu premiato con un seggio in Parlamento col Nuovo Psi, nelle liste di Forza Italia. Non potendo più fare il sindaco al suo paese, divenne primo cittadino in un comune limitrofo. Ora la nuova giunta di Aulla (un pateracchio Forza Italia-Udc-Pd-Sdi) ha deciso di mettere all’asta il monumento a Bettino e al suo bottino, scolpito nel marmo bianco delle cave di Carrara, un tempo usato da Michelangelo. Non per spirito polemico, anzi: “Continuo ad ammirare Craxi come statista e come politico”, assicura il sindaco reggente, l’Udc Roberto Simoncini, fra le proteste di Barani e di Bobo Craxi, figlio d’arte. “Ma i bilanci sono quelli che sono ed è necessario mettere in vendita i gioielli di famiglia, cioè i due monumenti. Dobbiamo fare cassa: contiamo di ricavare dalla statua di Craxi almeno 50 mila euro”. Diavolo di un Bettino: è l’unico politico al mondo che riesce a fare cassa sia da vivo che da morto.
(Vignetta di Roberto Corradi)

Segnalazioni

Dall'Associazione Annaviva:
Vorremmo un albero per Anna anche a Brescia -
Nell'attesa che il Comune di Milano istituisca ufficialmente il Giardino dei Giusti e decida di dedicare un albero ad Anna Politkovskaja, l'associazione Annaviva avanza la stessa richiesta al Comune di Brescia, dove esiste un Parco della Pace
La lettera del presidente dell'Associazione Annaviva al Comune di Brescia

Il convegno: Contro gli zar del gas - Partecipano Garri Kasparov e Tatiana Yankelevich
29 ottobre 2008, ore 20.30 - Casa della Cultura, via Borgogna 3 - Milano
www.annaviva.com

Evaporati in una nuvola rock: Il libro con foto inedite che racconta la tournèe di Fabrizio De Andrè con la PFM (1978-'79)
- guarda il video della presentazione

Polvere di stelle -
di Carlo Cornaglia
Dietrofront del presidente,
l’uom che come parla mente,
un bugiardo di tre cotte,
vede giorno e dice: è notte,
  
vede notte e dice: è giorno,
vede un frigo e dice: è un forno,
vede un forno e dice: è un frigo,
per l’Italia un gran castigo...
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Foto di magicamentelena da flickr.com
Ora d'aria

l'Unità, 24 ottobre 2008


L’assoluzione di Calogero Mannino nel secondo processo d’appello, dunque non definitiva, dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ha dato la stura alla solita girandola di scemenze sulla persecuzione giudiziaria, sulla “sconfitta del pool di Caselli”, sulla “fine della stagione dei processi politici”, addirittura sull’”errore giudiziario”. In realtà qui non c’è stato alcun errore giudiziario, ma una diversa valutazione - assolutamente fisiologica nel nostro sistema processuale - da parte di un collegio d’appello rispetto all’altro che aveva condannato Mannino a 5 anni e 4 mesi, prima dell’annullamento con rinvio della Cassazione. Due collegi della stessa Corte d’appello di Palermo hanno giudicato l’uno sufficienti, l’altro insufficienti le prove raccolte dalla pubblica accusa. Ma che il processo si fondasse su elementi solidi, dunque meritevoli di verifica processuale, l’avevano già stabilito non i due pm, ma molti giudici: il gip che lo arrestò e lo rinviò a giudizio, i 3 giudici del Riesame e i 9 delle sezioni unite della Cassazione che confermarono l’ordinanza cautelare per due anni, gli altri 3 giudici del Tribunale di Palermo che respinsero una richiesta di scarcerazione per motivi di salute. Diciotto magistrati di sedi e funzioni diverse: tutti visionari? Tutti persecutori? Non scherziamo.

Persino i 3 giudici del Tribunale che l’avevano assolto in primo grado scrissero parole di fuoco sull’ex ministro Dc, ora senatore Udc: “È acquisita la prova che nel 1980-81 Mannino aveva stipulato un accordo elettorale con un esponente della famiglia agrigentina di Cosa nostra, Antonio Vella”. E in seguito anche con altri boss della vecchia mafia agrigentina. Il Tribunale parlò di “patto elettorale ferreo, avallato dall’intervento di un mafioso come Vella”, che “costituisce una chiave interpretativa della personalità e consente di invalidare buona parte del capitolato difensivo, volto a rappresentare Mannino come un politico immune da contaminazioni coscienti con ambienti mafiosi o addirittura vittima di chissà quali complotti”. I primi giudici ritennero però che non fosse dimostrata la “controprestazione”di Mannino: “Non c’è la prova che l’accordo elettorale abbia avuto ad oggetto la promessa di svolgere un’attività, anche lecita, anche sporadica, per il raggiungimento degli scopi di Cosa nostra”. Insomma, Mannino aveva chiesto e avuto i voti di Cosa Nostra, ma non si sa cosa le avesse dato in cambio. Potrebbe aver buggerato la mafia.

La Corte d’appello ritenne che invece fosse provata pure la controprestazione. La Cassazione annullò la sentenza per difetto di motivazione, ma ritenne che esistessero gli elementi per un nuovo appello (sennò avrebbe annullato senza rinvio), nel quale è arrivata l’assoluzione. Vedremo dalle motivazioni se han cancellato anche i fatti sinora accertati, cioè le gravissime collusioni mafiose, o se li hanno semplicemente giudicati non penalmente rilevanti per mancanza della “controprestazione”.

Nell’attesa, il processo Mannino è un ottimo banco di prova per spiegare cosa deve fare, e soprattutto non deve fare, un politico per evitare di finire sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Se, puta caso, si sposa Gerlando Caruana, figlio di Leonardo, il boss di Siculiana, non deve partecipare alle nozze (nemmeno per fare gli auguri alla sposa), e possibilmente fare in modo di non meritare nemmeno l’invito. Da  assessore regionale alle Finanze, contrariamente a quel che fece Mannino, non deve affidare le esattorie a mafiosi come i cugini Salvo. Quando ci sono le elezioni, è meglio evitare di ospitare in casa propria mafiosi come Antonio Vella per chiedere i voti della mafia, o di frequentare medici mafiosi come Gioacchino Pennino, amico di boss come Giuseppe Di Maggio,Totò Greco e i fratelli Graviano.

Ecco, se uno non frequenta mafiosi o smette di frequentarli quando scopre chi sono, e magari li denuncia alla magistratura, sarà ben difficile che la mafia voti per lui, che qualcuno lo sospetti di mafia, che qualche mafioso pentito si ricordi di lui costringendolo a un “lungo calvario giudiziario”. Se poi uno vuole che il suo processo sia rapido, dovrebbe pregare il suo premier di evitare leggi ad personam tipo la legge Pecorella che aboliva l’appello del pm ed, essendo incostituzionale, fu bocciata dalla Consulta, sospendendo il dibattimento per mesi, per poi riaprirlo quando la Consulta la fulminò. Non è difficile, vale la pena provarci. Tanto per cambiare un po'.
(Foto di magicamentelena da flickr.com)

Segnalazioni

La paga dei padroni - Il video della presentazione del libro a Roma (23 ottobre 2008)
Insieme agli autori intervengono Pierluigi Bersani (Pd) e Innocenzo Cipolletta (presidente Fs)
Vai alla scheda del libro

Difendiamo la Giustizia per difendere la Costituzione
Incontro pubblico organizzato dall'associazione Libertà e Giustizia
Nell'occasione sarà effettuata una lettura scenica di brani tratti da "Gomorra" di Roberto Saviano
30 ottobre 2008, Auditorium Centro Giovani. Via della Resistenza, 4 Piombino - ore 17.30


Chi vuol essere veltroniano? - il video di Roberto Corradi

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Vignetta di Molly BezzNon c'è nulla di casuale nelle dichiarazioni seguite da smentita di Silvio Berlusconi sulla polizia nelle scuole. Il Cavaliere quando parla segue una strategia precisa. Da una parte vuole saggiare le reazioni dell'opinione pubblica abituandola a poco a poco all'idea che contro gli studenti si può utilizzare la forza, dall'altra tenta di distogliere l'attenzione dal nocciolo del problema: ai tagli di spesa nella scuola si è provveduto con un decreto legge senza consultare nessuno.

Il decisionismo, del resto, in giorni in cui cinque telegiornali su sei si limitano a fare da megafono del potere, paga. Quello che la maggior parte degli italiani hanno capito del decreto Gelmini è infatti semplice: alle elementari si ritornerà a mettere il grembiule e nelle classi si tornerà ad avere un solo maestro. Tutto il resto passa in secondo piano. Ovvio che in un paese di anziani come il nostro la controriforma, raccontata così, raccolga ampi consensi. Il grembiule (che oltretutto non è un'idea da buttar via) e il maestro unico riportano alla mente della gente i bei tempi andati. Tempi che, man mano si va avanti con gli anni, sono sempre migliori dei presenti.
Non bisogna quindi farsi ingannare dalle manifestazioni. Chi protesta, per quanto numerosi siano i cortei, per il momento rappresenta solo la minoranza dei cittadini. La situazione può però cambiare rapidamente. La controriforma, per come è stata concepita, è destinata a toccare ampi strati della popolazione, a incidere direttamente sulla vita delle famiglie. Ma, nella gran parte dei casi, non lo farà subito. Molti cambiamenti avverranno lentamente. Per questo Berlusconi si lamenta dei giornali e a parole sminuisce la portata degli interventi (il maestro unico, per esempio, nei discorsi del premier diventa maestro prevalente): il suo obiettivo è prendere tempo e far sì che non si conoscano troppo bene gli esatti contenuti delle nuove norme.
 
Col passare dei giorni e il crescere delle proteste la probabilità che si verifichi qualche incidente (quasi inevitabile quando migliaia di persone molto giovani scendono in piazza) aumenta. E gli incidenti, che Berlusconi con i suoi interventi sembra voler evocare, rappresenterebbero per lui una vittoria. Le tv ci metterebbero un secondo ad amplificarne la portata innescando una serie di reazioni a catena difficilmente prevedibili.

Che fare allora? Quattro cose: ricordarsi di Gandhi che con la non violenza liberò una nazione, non accettare provocazioni, organizzare proteste sempre più "mediatiche" che possano trovar spazio nei telegiornali, presentare poche e chiare controproposte. Che nel mondo della scuola e delle università si disperdano inutilmente molti capitali è un fatto. Che sia necessaria una razionalizzazione delle spese è un altro fatto (pensiamo, per esempio, alle norme che hanno consentito l'apertura di nuovi atenei in quasi ogni capoluogo di provincia e la creazione di corsi di laurea in materie che non permetteranno a nessuno di trovare occupazione).
 
Insomma anche manifestando studenti e docenti dovranno continuare a lavorare. Serve subito una piattaforma precisa. Un programma per punti sul quale il governo sia costretto ad aprire la discussione.
(Vignetta di Molly bezz)

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Vignetta di Molly BezzOra d'aria

l'Unità, 23 ottobre 2008

Solo una democrazia malata poteva accogliere con un coro unanime di gridolini gaudiosi l’elezione unanime dell’avvocato Giuseppe Frigo a giudice costituzionale. Frigo, intendiamoci, è persona perbene e all’antica, come dimostrano anche i baffi a manubrio, già demodé quando li portava Umberto I. Ma che sia il candidato ideale per la Corte costituzionale, è tutto da vedere. Non perché abbia difeso questo o quello (nella sua pirotecnica carriera è riuscito a difendere il Pool di Milano nel conflitto di attribuzione alla Consulta sulla richiesta d’arresto per Craxi, poi a difendere Previti che aveva denunciato il Pool per calunnia; e, detto tra parentesi, perse entrambe le cause). Ma per un motivo più serio. La Consulta è lì per proteggere la Costituzione dalle leggi incostituzionali. La Costituzione vigente, non un’altra. Frigo, legittimamente, ne vuole un’altra. Da anni si batte per la separazione tra giudici e pm. Liberissimo di sognarlo, ma la Costituzione prevede la carriera unica.

Poniamo che il governo Berlusconi - la cui maggioranza l’ha candidato alla Consulta - presenti una legge che separa le carriere. La legge sarebbe incostituzionale, ma Frigo ha già detto che va benissimo. Presto la Consulta dovrà pronunciarsi sulla legge Alfano, dichiarata palesemente incostituzionale da 4 ex presidenti della Consulta e da centinaia di giuristi. Ma proprio l’altroieri, mentre veniva eletto, Frigo faceva sapere che “il lodo Alfano non è tra le cose più importanti di cui la Consulta dovrà occuparsi”: strano, visto che c’è un referendum in arrivo ed è in gioco l’articolo 3, cioè il principio di eguaglianza. Comunque è altamente inopportuno che il futuro giudice della legge anticipi in qualche modo il suo giudizio su una legge che dovrà giudicare.

Ma c’è un altro capitolo della sua biografia che dovrebbe vivamente sconsigliare il suo approdo alla Consulta, e invece, in questa democrazia malata, l’ha accelerato. Risale al 1998, quando l’Ulivo e il Polo decisero di mandare a monte i processi di Tangentopoli, giunti ormai a un passo dalle sentenze definitive. Come? Cambiando le regole a partita in corso. Con soli 4 voti contrari fra Camera e Senato, destra e sinistra amorevolmente abbracciate riformarono l’articolo 513 del Codice di procedura penale, stabilendo che le accuse lanciate da Tizio a Caio in fase d’indagine non valevano più contro Caio se Tizio non tornava in tribunale a confermarle. Se non ci tornava, o ci tornava e taceva o ritrattava, quel che aveva detto prima evaporava. Una norma fatta su misura per i processi di Tangentopoli, nati da dichiarazioni di imprenditori che confessavano, facevano i nomi dei politici corrotti, patteggiavano la pena e tornavano in azienda. I politici invece, più lungimiranti, confidavano nei tempi biblici della giustizia italiana e preferivano il dibattimento: dunque venivan processati anni dopo. I pm concedevano il patteggiamento a Tizio, sicuri di poter usare le sue dichiarazioni nel processo a Caio. Non sapevano che, nel bel mezzo del processo, il Parlamento le avrebbe cestinate. Cambiata la legge, i tribunali convocarono tutti i Tizi perché tornassero a ripetere le accuse ai Caii: ma visto che nessuna legge li obbliga a farlo né li punisce se non lo fanno, non tornò nessuno. Così i processi ai Caii finirono in prescrizione per il tempo perduto a rifarli da capo, o in assoluzione: non perché i Caii fossero innocenti, ma perché gli amici parlamentari avevano abolito le prove a loro carico. La storia di Tangentopoli è piena di condanne a Tizio per aver corrotto Caio e di assoluzioni a Caio dall’accusa di essersi fatto corrompere da Tizio. Roba che neanche Ionesco.

Bene, l’artefice di questo capolavoro è Frigo, all’epoca presidente delle Camere penali. Naturalmente la Consulta abolì l’obbrobrio. Frigo indisse uno sciopero contro la Consulta. Il presidente Scalfaro parlò di sciopero “eversivo” e Frigo lo insultò: “Esternazioni quasi patologiche”, manco fosse al bar. Il Parlamento riapprovò la norma incostituzionale in meno di un anno, e sotto forma di legge costituzionale, così la Consulta non potè più farci nulla: è il nuovo articolo 111, detto comicamente “giusto processo”. Un articolo incostituzionale nella Costituzione: si pensava di aver visto tutto, invece ora l’autore di quella robaccia ascende alla Corte costituzionale. Ora ci tocca pure tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo dei Pecorella e degli Spangher. Ma esultare addirittura pare francamente eccessivo.
(Vignetta di Molly bezz)

Approfondimenti dalla rassegna stampa
a cura di Ines Tabusso

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Firma l'appello della Carovana Antimafie

Gli ebrei, i rom e il signor Siegel: le offese razziste di Radio Padania di Gad Lerner

Studenti e docenti andrebbero picchiati a sangue. Parola di Francesco Cossiga di Stefano Corradino (Articolo21.info)

La catena di San Libero: Saviani di Riccardo Orioles (22 ottobre 2008, n. 373)

Antonio Tabucchi:
Berlusconi ha abbassato il livello estetico (Le Monde, Francia - 10 ottobre 2008)


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