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da Il Fatto Quotidiano, 1 settembre 2010


Questo Gheddafi è proprio adorabile. Da anni fa la caricatura di B. per farci capire la ridicolaggine dell’ometto che ci governa. Ma noi niente, continuiamo a prenderlo sul serio. Arriva in Italia più truccato e pittato di lui, coi capelli più incatramati di lui, addobbato da abiti più comici dei suoi, tipo il principe De Curtis in Totò sceicco. Se lui sfoggia dieci o venti ragazze alla volta, il Colonnello ne recluta 600 in una botta sola, sempre a pagamento. Porge a B. la mano da baciare, ben sapendo che lui bacia chiunque gli capiti a tiro, purché provvisto di pecunia. Anche i 30 cavalli berberi sono un perfido messaggio subliminale contro un tipetto che si fa chiamare Cavaliere ma ha sempre maneggiato stallieri: i cavalli preferisce farli senatori, deputati e ministri (i 32 denti bianchissimi del maggiordomo Frattini Dry col sorriso prestampato, tipo paresi, parlano da soli).

Il discorso-fiume di un paio d’ore al galoppatoio dei carabinieri, poi, è un’altra citazione comica, stavolta da Totò a colori, dove il maestro Antonio Scannagatti e la sua banda attaccano una marcetta infinita mandando in bestia il boss italoamericano Joe Pellecchia che tenta di arringare dal balcone la folla del paesello natìo. Tra qualche anno, quando sulla tragedia di quest’uomo ridicolo (non Gheddafi, l’altro) sarà calato il sipario, gli storici s’interrogheranno sull’epidemia che contagiò un’intera nazione, accecandola al punto di non farle vedere la comicità involontaria di chi la governava. 
Un po’ come in Cecità, il romanzo di Saramago, dove gli abitanti di una città immaginaria cadono vittime di un misterioso virus e diventano tutti ciechi. Immaginiamo un elettore del mitico Nord-Est, con la sua bella partita Iva, la sua villetta, il suo capannone, i suoi chiavistelli anti-rapina, la sua ronda padana anti-negher, il suo fazzoletto verde al collo o nella pochette, i suoi poster di Calderoli e Borghezio, insomma le sue radici cristiane. E proviamo a immedesimarci nei suoi pensieri alla vista del beduino travestito da dittatore dello Stato libero di Bananas che insegnava la storia del colonialismo e la teologia islamica e pure cristiana a ministri imbalsamati, noti prenditori e banchieri con le pezze al culo e al suo omologo italiota, accasciato e assopito sul trono imperiale mentre persino i cavalli berberi, per non parlare di quelli dei carabinieri, davano segni di impazienza. Avrà pensato, sentendolo chiedere altri 5 miliardi all’anno dall’Europa e minacciare in caso contrario l’invasione islamica, di essere stato preso per i fondelli dal Pdl? Avrà deciso di smettere di votare per questi impostori? Avrà provato un fugace desiderio di una destra normale, presentabile, sobria, allergica a certe sceneggiate? Macché.

Chi dovrebbe informare e far riflettere questa brava gente, cioè i giornali di centrodestra, è troppo impegnato a giustificare persino il Berlusgheddafi Show. Titoli de Il Giornale: “Gheddafi? Per la sinistra era un fratello”, “Perché bisogna fare affari con il Colonnello”, “Berlusconi: Con la Libia si è chiusa una ferita”. Titoli di Libero: “Silvio nella tenda: Sto lavorando per l’Italia”, “La Libia è meno terrorista per merito dell’Italia” (il concetto di “meno terrorista” ricorda quella fanciulla “un po’ incinta”), “È un’alleanza necessaria per uscire dalla morsa cinese” (sic). Dunque, malgrado gli sforzi del Cammelliere, ci terremo il Cavaliere senza nemmeno riderci su. E lui si prepara a nuovi e decisivi appuntamenti politici: il lancio del nuovo album scritto a quattro piedi con Apicella (13 canzoni d’amore in napoletano, titolo ancora coperto da segreto di Stato) e il “processo breve” per non finire in galera. “Voglio andare in tv – annuncia – e spiegare agli italiani la mia odissea giudiziaria, non voglio fare la fine di Craxi”. Tanto per farci capire che anche lui è colpevole. Grazie, l’avevamo intuito. 
(Vignetta di Natangelo)

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Da "Papi" a "Pappi" - di Vito Laudadio da ilfattoquotidiano.it





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da Il Fatto Quotidiano, 31 agosto 2010

Il Meeting di Rimini, com’è noto, è un evento “ecclesiale” e “religioso”. Infatti anche quest’anno si stentava a distinguerlo da un raduno di banchieri, da un Consiglio dei ministri, da un forum di Confindustria e dall’ora d’aria di San Vittore (erano presenti i noti condannati Paolo Scaroni, corruzione, e Renato Farina, favoreggiamento in sequestro di persona). Ma è anche un festoso ritrovo giovanile. Infatti, da quando non arriva più Andreotti per evidenti problemi di deambulazione, è stato degnamente sostituito da un altro tenero virgulto della finanza: Cesare Geronzi, 75 anni suonati, ex banchiere di Capitalia e poi di Mediobanca, ora presidente di Generali, nonché imputato per i crac Parmalat e Cirio. “Ora – ha detto Geronzi ai suoi coetanei ciellini – siamo tutti chiamati a una fase di impegno di costruzione del futuro”.

In questi giorni va per la maggiore Luciano Gaucci con la sua numerosa famiglia, intervistata quotidianamente fino ai parenti di terzo grado senza dimenticare il geometra di Gaucci, la colf di Gaucci e il tabaccaio di Gaucci, dai segugi del Giornale e di Libero, per dare lezioni di morale alla Tulliani e, di carambola, a Fini. Gaucci è il maestro ideale: ha patteggiato 3 anni per bancarotta del Perugia Calcio e scampò all’arresto fuggendo a Santo Domingo lasciando in ostaggio dei magistrati i figli, incarcerati al posto suo. Pochi sanno quel che Gaucci ha raccontato ai magistrati sull’amico Geronzi (ben coperto dal servilismo di gran parte della stampa italiana): “Ho lavorato per lui per oltre 20 anni e ho fatto avere a lui, a sua moglie e a sua figlia beni per 60 milioni di euro”. In particolare Gaucci ha sostenuto di aver pagato a Geronzi tangenti da 200 milioni di lire per ciascuno dei 18 finanziamenti concessigli da Capitalia fra il 1989 e il ’92 (22 milioni di euro e rotti). Geronzi l’ha denunciato per calunnia e diffamazione, ma poi è finito indagato per false dichiarazioni al pm, mentre Gaucci è stato assolto dalla calunnia e Geronzi ha ritirato la denuncia per diffamazione. Dunque non esistono sentenze che smentiscano le accuse. Anzi tutto il contrario.
Nel 2008, sentito come parte lesa, Geronzi tenta di negare ogni rapporto personale e familiare con Gaucci, definendolo “un millantatore pericoloso e amorale”. Poi deve ammettere di averlo ricevuto a fine anni 80, quando dirigeva la Cassa di Rispamio di Roma: “Andreotti mi telefonò: ‘Ricevi Gaucci, è persona rozza ma intelligente’. Lo incontrai 2-3 volte”. Di sfuggita? Mica tanto. Altrimenti come spiegare i regali “per i miei compleanni, per Natale e per Pasqua” che gli faceva Gaucci, cliente della sua banca, e che lui si guardò bene dal rispedire al mittente? “Cibo, vini e generi alimentari che noi dirottavamo in beneficenza a don Picchi” per i ragazzi bisognosi.

Ma qualcosa restò anche al bisognoso Geronzi. Per esempio una fontana “da un miliardo” (dice Gaucci) che Geronzi ridimensiona a “vasca di 5 blocchi in pietra” e che fa bella mostra nel giardino di villa Geronzi ai Castelli Romani: “Me la portò l’autista di Gaucci, il signor Macellari, un tipo molto invadente a cui non ho voluto fare la scortesia rifiutando quei pezzi dismessi da una villa di Gaucci”. Pareva scortese rifiutare gli scarti di Gaucci, così li tenne. Idem per tre statue, anche se Geronzi dice “non ricordo bene, ma non sono antiche e non sono di valore”. Altrimenti le avrebbe dirottate a don Picchi. E l’autista Macellari era così invadente che fu invitato alle nozze della figlia di Geronzi, Chiara, giornalista del Tg5 e socia della Gea World di Moggi & C. “Chiara – spiega il finanziere – fu costretta a invitare l’autista dopo aver ricevuto in regalo un quadro”. Povera stella. Ora però, come ha annunciato papà Geronzi al Meeting, “siamo tutti chiamati a una fase di impegno di costruzione del futuro”. Applausi. Sipario.
(Vignetta di Bandanax)

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Giovedì 2 settembre, Agropoli, ore 18.30 - Marco Travaglio presenta "Ad personam". c/o Castello Medievale, via Castello.




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Signornò, da L'Espresso in edicola


Grande scandalo sulla stampa berlusconiana per l’improvvisa scoperta che anche Gianfranco Fini ha i suoi uomini alla Rai, dove i partiti hanno lottizzato pure i posacenere e le fioriere. In compenso è passata in cavalleria la notizia che l’Antitrust ha archiviato l’ennesima pratica sull’ennesimo conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi. Riguardava le sue pressioni su Fiorello perché non firmasse il contratto con Sky e passasse a Mediaset. Era il 22 gennaio quando il Cavaliere convocò lo showman a Palazzo Grazioli per un vertice con lui, il sottosegretario Letta e il Guardasigilli Alfano. Fiorello ne uscì piuttosto turbato, sia perché intuì che il premier aveva una talpa dentro Sky (“So per certo che non hai ancora firmato”), sia per un paio di sue frasi fra lo scherzoso e il minaccioso (“Che fai, passi al nemico? Quella per Sky è una strada senza ritorno. Altro che ‘smemorato di Cologno’: io ho una memoria di ferro…”).

Il Pd, in un raro sussulto di vitalità, denunciò la cosa all’Antitrust, investita dalla legge Frattini del compito di “assicurare che i titolari di cariche di governo svolgano la loro attività nell’esclusivo interesse pubblico, prevenendo i conflitti di interessi”. La convocazione di Fiorello pareva rientrare perfettamente in due delle quattro fattispecie di conflitti d’interessi contemplate dalla Frattini, varata nel 2004 dal governo Berlusconi-2: “c) allorché un membro del governo adotti un atto o ometta un atto dovuto che incide sulla sua sfera patrimoniale… con danno all’interesse pubblico; d) le condotte di imprese che approfittino di atti adottati in situazioni di conflitto di interessi”. Pareva insomma che il premier fosse riuscito a violare financo una legge fatta da lui.

Ma ora l’Authority presieduta da Antonio Catricalà assicura che era tutto regolare. Con questa strepitosa motivazione: è vero che il capo del governo e di Mediaset tentò di avvantaggiare le sue tv a scapito del concorrente Murdoch; ma il “comportamento asseritamente tenuto dall’on.Berlusconi in nessun modo è connesso all’esercizio di competenze, funzioni e poteri inerenti la carica di presidente del Consiglio”. E purtroppo, “ai fini della configurabilità di una fattispecie di conflitto d’interessi, è necessario che i titolari di una carica di governo, nell’esercizio delle proprie funzioni istituzionali, abbiano adottato o partecipato all’adozione di un atto ovvero omesso l’adozione di un atto dovuto”. Ecco: quel giorno Berlusconi non parlava come capo del governo, contrariamente a quel che poteva far pensare la presenza al suo fianco di due membri del governo, Letta e Alfano. Forse aveva convocato Fiorello in veste di padrone del Milan,o di socio di Mediolanum, o di azionista di Mondadori e Mediobanca, o di amico di Putin e Gheddafi. Anche l’idea che fosse lì in veste di proprietario di Mediaset è esclusa in radice. Altrimenti sarebbe stato conflitto d’interessi. E l’Antitrust se ne sarebbe accorta. E gliele avrebbe cantate chiare. 
(Striscia di Fifo)


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fei

da Il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2010


Inutile nascondercelo, siamo preoccupati. Come dice Maroni, c’è un complotto per far fuori B. Il Pd non c’entra, anzi, dopo il letargo agostano Bersani è tornato più in forma che mai e ha lanciato uno slogan geniale, il distillato di un mese di profonde riflessioni, destinato a ringalluzzire il depresso elettorato del centrosinistra: una “campagna porta a porta contro il governo”. Porta a porta: un’espressione che evoca immediatamente Bruno Vespa e il Cepu. Non è meraviglioso? No, ancora una volta il pericolo viene dal fronte interno, dal fuoco amico. Non bastavano Veronica, Noemi, la D’Addario, Spatuzza e Fini: ora si ribellano persino i democristiani e i craxiani, nelle cui ganasce il piccolo Silvio rischia di finire stritolato.

La rivolta di Spartacus è capitanata dal ministro Rotondi. Motivo: all’ultimo vertice del Pdl si son dimenticati di invitarlo. Lui, un padre fondatore del partito: come si sono permessi? “Trarremo presto le conseguenze di un trattamento per noi inaccettabile e sinceramente anche inspiegabile”, minaccia il ministro-kiwi tutto spettinato. Vagli a spiegare che non l’hanno fatto apposta, è che proprio non è venuto in mente a nessuno. Càpita nelle migliori famiglie, nel viaggio per le vacanze, di dimenticare il canarino con relativa gabbietta all’autogrill. Niente, Rotondi è furibondo e non sente ragioni. Chiede elezioni subito, “anche perché ho in serbo una sorpresina”. E accenna a una prospettiva agghiacciante: “Un nuovo agglutinamento democristiano”, termine che evoca la nutrizione e la digestione, in perfetta linea con la tradizione democristiana. Ecco, con tutti i problemi che ha B., manca solo la sorpresina di Rotondi e del suo apparato digerente. Anche perché Kiwi Man dice di parlare a nome di “dieci parlamentari di riferimento”.
Si tratta di noti trascinatori di folle come il sottosegretario Giovanardi, il vicesindaco di Roma Cutrufo, il governatore campano Caldoro, il turbocraxiano Barani (quello del monumento equestre ai martiri di Tangentopoli, cioè ai ladri, in quel di Aulla) e un certo Deodato Scanderebech, appena atterrato alla Camera al posto del vicepresidente del Csm Vietti e fulmineamente balzato dall’Udc al Pdl.
Pare che faccia parte della variopinta compagnia anche Francesco Pionati, l’ex mezzobusto del Tg1 col riportino, già demitiano, poi finiano, poi casinista, poi berlusconiano, insomma un uomo tutto d’un pezzo, gusto tuttifrutti. Si propone, il Pionati, di “rifondare il centrodestra”. Tutto da solo, con le nude mani. Come? Con “un asse forte Pdl-Lega e due partiti più piccoli, La Destra e Alleanza di Centro, ma decisivi”. Qualcuno domanderà: ecchecazz’è l’Alleanza di Centro? Il partito di Pionati, quello decisivo. Per far che? “Competere con Casini per conquistare il centro”.

Guai se B. pensasse di conquistare il centro annettendosi semplicemente Casini: “Casini è e rimarrà sempre un opportunista”, mentre Pionati è una roccia: pare che riesca a restare fermo nello stesso posto addirittura per un quarto d’ora di seguito. I dieci schiavi ribelli incassano la solidarietà di un’altra nota frequentatrice di se stessa: Margherita Boniver: “Capisco il disagio di Rotondi, è dura non essere consultati in momenti così delicati, mi auguro che alla ripresa ci sia modo di ascoltare anche la nostra voce”. S’accontenta di poco: anche solo una segreteria telefonica per lasciare un messaggio. Buttiglione, intanto, si propone per “un buon governo”, naturalmente con B., purché sia molto attento “ai temi etici”: Cuffaro ci tiene molto. Cesa, il segretario, assicura che “non c’interessa un posto a tavola”: uno è poco. Anche Rutelli, all’opposizione, soffre. Dunque s’offre: non per il governo (“io faccio l’oppositore”, e all’arma bianca), ma per “votare cinque grandi riforme”, a partire dalla giustizia: “separazione delle carriere” (da un’idea di Gelli, Craxi e B.) e – tenetevi forte – “spersonalizzazione del pubblico ministero” perché “non vorrei conoscere i pm”. Ma non c’è bisogno di riforme: nemmeno i pm vogliono conoscere Rutelli.
(Vignetta di Fei)

Libera nos a malo... - Le poesie di Carlo Cornaglia
Duemiladieci, un anno di tregenda:
in gennaio ad Haiti il terremoto
fa una carneficina proprio orrenda
che pur gli Stati Uniti ha messo in moto,

criticati da Guido Bertolaso.
Del Messico nel golfo a april si infiamma
la piattaforma ed il petrolio ha invaso
l’oceano provocando un vero dramma
(leggi tutto)




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 fifo

da Il Fatto Quotidiano, 24 agosto 2010

L’altro giorno, tomo tomo cacchio cacchio, Corrado Passera è sceso dall’astronave che lo riportava sul suolo patrio dopo 20 anni di soggiorno su Saturno, atterrando dritto dritto sul Meeting ciellino di Rimini per tenere una dura requisitoria contro “tutta la classe dirigente italiana” che “non risolve i problemi della gente” e “suscita indignazione”. Applausi scroscianti dalla platea di Comunione e Fatturazione, anch’essa indignatissima contro questa classe dirigente che non risolve i problemi della gente, ma trova sempre il modo di risolvere quelli del Meeting di Cl, anzi Cf, finanziato negli anni dai migliori esponenti della classe dirigente: Berlusconi, Ciarrapico, Andreotti, Tanzi e altri gigli di campo; e ora da Banca Intesa, Eni e Formigoni (coi soldi della Regione Lombardia e delle Ferrovie Nord).

Naturalmente il Passera in questione non è neppure lontano parente del Passera che, già amministratore delegato di Olivetti (poi venuta a mancare all’affetto dei suoi dipendenti), di Poste Italiane (i nostri abbonati ne sanno qualcosa) e ora di Banca Intesa (socia, fra l’altro, del Corriere della Sera in pieno conflitto d’interessi e sponsor del Meeting), appartiene a pieno titolo alla classe dirigente che fa indignare i cittadini, dunque non si sognerebbe mai di sputare nel piatto in cui mangia. Anche perché, in platea, avrebbe potuto imbattersi in uno degli azionisti Alitalia che han perso tutto grazie alla mirabile operazione condotta da Passera nel 2008 per conto del governo Berlusconi, scaricando sui contribuenti la parte marcia della compagnia (un buco da 3-4 miliardi) e regalando quella sana a 15 furbetti dell’aeroplanino.
Nell’operazione Passera era contemporaneamente advisor del governo per trovare i compratori giusti e azionista della Cai, la compagnia acquirente della good company. Arbitro e giocatore. Si è guardato allo specchio e si è detto: bravo Corrado, hai vinto un posto nella nuova Cai, complimenti. Nella Cai sono entrati alcuni noti debitori di Banca Intesa di Passera, tra cui Carlo Toto, patron di AirOne, che vantava 900 milioni di debiti: ora i debiti si sono diluiti nel più grande calderone Cai e Banca Intesa di Passera non ha più nulla da temere. Ce ne sarebbe abbastanza per indignarsi contro questa classe dirigente, se per caso il Passera di Cai e di Intesa conoscesse il Passera di Rimini. Nel caso in cui lo conoscesse, due domande sorgerebbero spontanee. Che bisogno hanno questi cervelloni di rendersi ridicoli? E non sarà che, al posto dell’ometto ridicolo che ci governa, ne arriveranno altri più ridicoli di lui?

Le stesse domande scaturiscono dalla lettura delle geremiadi del teologo Vito Mancuso, il quale ha scoperto con notevole tempismo di chi è la Mondadori che pubblica i suoi libri: pare addirittura che sia di B., che l’ha recentemente favorita con la quarantesima legge ad personam della sua nutrita collezione. Figurarsi come reagirà Mancuso quando scoprirà che B. la Mondadori l’ha pure sfilata vent’anni fa a De Benedetti grazie a una sentenza comprata da Previti con soldi suoi. Potrebbe persino venirgli una punta di acidità di stomaco. Per ora il teologo ritardatario s’è limitato a scrivere due articoli su Repubblica. Inerpicandosi sulla sua prosa, il lettore si attende da un momento all’altro il grande annuncio: “…E pertanto ho deciso di abbandonare Mondadori e di pubblicare i miei libri con un altro editore”. Invece no: si arriva in fondo, non senza una certa fatica, e si constata, non senza un certo disappunto, che l’annuncio non arriva. Mancuso voleva solo aprire il dibattito con gli altri autori Mondadori di provata fede antiberlusconiana (“aspetto le reazioni”). E vedere l’effetto che fa. “Che famo, se n’annamo o restamo? Fateme sape’”. Perché o se ne va tutta la comitiva, o forse resta anche lui. Soffrendo molto, ma forse resta. Poteva chiamarli uno a uno al telefono e risparmiarsi un po’ di ridicolo, ma erano troppi. Così ha scritto due articoli. Per risparmiare sulla bolletta. 
(Vignetta di Fifo)

Segnalazioni

Mercoledì 25 agosto, Marina di Ravenna (RA), ore 17 - Incontro con Marco Travaglio sulla libertà d'informazione, la legge bavaglio e il ddl intercettazioni. C/o bagno Hana Bi, viale delle Nazioni 72. 

ad  personamMercoledì 25 agosto, Rimini, ore 21.30 - Nell'ambito della XX edizione di Moby-Cult, Marco Travaglio presenta "Ad personam" (edizioni Chiarelettere). C/o tendostruttura di piazzale Boscovich - Ingresso libero fino ad esaurimento posti.






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Signornò, da L'Espresso in edicola

Ci vorrebbe il candore di un bambino, come nella fiaba del re nudo, per strillare: “Che ce ne frega dell’alloggio di 65 metri quadri a Montecarlo venduto da An e abitato dal fratello della compagna di Fini?”. Non ce ne frega niente perché riguarda una bega privata tra gli eredi della contessa Annamaria Colleoni che lo donò ad An che lo vendette a due off-shore che lo affittarono a Giancarlo Tulliani (da privato a privato a privato a privato). Perchè non investe un solo euro di denaro pubblico. E perchè a menarne scandalo sono il partito e i giornali di un tizio, incidentalmente presidente del Consiglio, indagato per aver minacciato un organismo pubblico (l’Agcom) affinchè chiudesse trasmissioni a lui sgradite e imputato per gravissimi reati contro l’interesse pubblico: corruzione giudiziaria di un testimone, frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita. L’unico pallido motivo d’interesse pubblico nel “caso Fini” è l’accusa, mossa ai vertici di An, di aver tradito le ultime volontà della contessa Colleoni, che aveva lasciato i suoi beni (compreso un gatto) al partito per sostenerne “la buona battaglia”.

La vicenda ricorda, per sommi capi, quella del Bosco di Gioia, la rara e antica area verde sopravvissuta nel Parco Sempione alla cementificazione di Milano e donata nel 1964 da una nobildonna, Giuditta Sommaruga, all’Ospedale Maggiore. Ma a una condizione: che “non venga venduta né data in affitto, ma sia mantenuta fra le proprietà dell'Ospedale Maggiore, non solo ma venga bensì destinata ed adibita a scopi ospitalieri… per lenire le sofferenze dell'umanità”. L’ospedale pubblico, poi divenuto Niguarda, accettò l’eredità, ma poi tradì le ultime volontà della donatrice vendendo i terreni nel 1983 con la complicità della Regione Lombardia. Che in seguito decise di costruirvi un grattacielo di 160 metri, una cosina sobria da 400 milioni destinata a ospitare la sua nuova sede: una moderna piramide non di Cheope, ma di Roberto Formigoni, a imperitura memoria del Celeste governatore del Pdl. Così, per non disturbare il capolavoro, vennero rase al suolo le 200 piante del Bosco di Gioia, 12 mila metri quadri di area verde.

Contro lo scempio ambientale insorsero 15.500 abitanti del quartiere e vari comitati spontanei animati da Verdi, Milly Moratti, Dario Fo, Beppe Grillo e Rocco Tanica (il tastierista del gruppo Elio e le storie tese che ha dedicato al fattaccio la canzone- invettiva Parco Sempione). Ma fu tutto inutile.Oggi al posto degli alberi c’è un gigantesco cantiere, l’ennesima colata di cemento. Ma nessuno, a parte Report, ha mai denunciato lo scandalo su scala nazionale. Forse perché questo, diversamente dall’eredità Colleoni, riguarda denari, poteri, enti e interessi pubblici.O forse perché Formigoni è amico di Berlusconi. O forse perché gli alberi non posseggono tv né giornali. O forse perché non c’è di mezzo Fini. O forse per tutti questi motivi insieme.

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Dopo l’eroico arredatore un po’ strano, il commerciante un po’ evasore, l’ambasciatore un po’ ciarliero e l’ingegnere un po’ smemorato (smentisce addirittura di esistere), altri mirabolanti supertestimoni sono pronti a fornire ai segugi del Geniale nuove “pistole fumanti” sullo “scandalo Fini-Montecarlo”, anche se nella confusione generale nessuno ricorda più in che consiste lo “scandalo Fini-Montecarlo” (nel fatto che la società che acquistò l’alloggio da An l’affittò al quasi-cognato di Fini? che Fini e la Tulliani hanno comprato una cucina Scavolini da 4500 euro al mobilificio Castellucci? Che l’han pagata loro e non Anemone? che forse Fini è stato a Montecarlo? Che il quasi-cognato ha una Ferrari e ogni tanto la lava? Che Fini va al mare con la fidanzata e le figlie? Che Fini ha una fidanzata e delle figlie? Che Fini è incensurato e non è nemmeno stato avvocato o socio di mafiosi? Boh).

Ormai non c’è nemmeno bisogno di cercarli: arrivano a frotte. Pare che la sede del quotidiano milanese sia assediata ogni giorno fin dall’alba da orde di aspiranti supertestimoni che, per un tozzo di pane o al massimo per un ministero o un posto da velina tv o entrambe le cose, sono pronti a supertestimoniare qualsiasi cosa, anche che Fini li ha assassinati, fatti a pezzi e sciolti nell’acido. Appena albeggia, il condirettore Alessandro Sallusti, coadiuvato dal vicedirettore Massimo de’ Manzoni che gli regge la biro, prendono le prenotazioni all’uscio di via Negri e, protetti da robuste transenne, distribuiscono i numeretti come alla mutua. Poi hanno inizio le audizioni, che si protraggono fino a notte fonda. Grazie a una talpa nel quotidiano di Feltri, siamo in grado di anticipare le prossime puntate della campagna anti-Fini, supertestimone per supertestimone.

Mark Webber, pilota automobilistico della scuderia Red Bull, ricorda distintamente che, all’ultimo Gran Premio di Montecarlo, percorrendo ai 320 l’ora il tratto fra la Nouvelle Chicane e la Curva del Tabaccaio, ebbe la netta impressione di intravedere con la coda nell’occhio Fini, la Tulliani e il cognatino appesi a un balcone mentre tentavano inutilmente di introdurvi a viva forza una cucina Scavolini, perciò Fini deve dimettersi (titolo del Giornale: “Ennesima figura da tabaccaio: dalla nouvelle chicane alla nouvelle cuisine”).

Il pizzicagnolo dietro l’angolo di Boulevard Princesse Charlotte è pronto a giurare che un giorno Fini entrò in negozio e acquistò ben due provoloni, che non è proprio sicuro ma dovevano essere di marca Auricchio, sicuramente pagati con soldi sottratti alle casse di An, ergo deve dimettersi (titolo del Giornale: “La provola del nove che incastra Fini”).

La callista dello stabile di fronte rammenta quando Fini salì da lei dolorante per un durone sull’alluce destro recante l’impronta inequivocabile di una cucina Scavolini cascatagli sul piede, dunque deve dimettersi (titolo del Giornale: “Calli amari per Fini, traditore dalla testa ai piedi”).

Un gatto randagio di passaggio nel Principato ha rilasciato a Feltri un affidavit in cui dichiara sotto giuramento che una sera rischiò il pelo a causa della Ferrari del Tulliani lanciata a tutta velocità e, quando protestò contro il pirata-cognato, lo vide sventolare il dito medio e lo udì vantare la parentela col presidente della Camera, il quale pertanto deve dimettersi (titolo del Giornale: “I quattro gatti di Fini scendono a tre”).

Una pantegana di pedigree francese, ma con doppia residenza monegasca per motivi fiscali, inseguita quella sera dal felino superstite, ne conferma in toto la testimonianza, ma a patto di far parte del cast de “La pupa e il secchione” o della redazione del Giornale, fa lo stesso, dunque Fini deve dimettersi (titolo del Giornale: “Fini sempre più nei guai: dopo la topa, il topo”). Poi ci sarebbe pure un tizio che annuncia esplosive rivelazioni su un conto cifrato “Scavolini” aperto da Fini a Montecarlo: un certo Igor Marini, reparto modernariato. Si attendono ancora i riscontri, ma Renato Farina garantisce che è tutta roba buona.

da Il Fatto Quotidiano del 19 agosto 2010

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