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da Il Fatto Quotidiano, 18 novembre 2010

Il Pd che riesce a perdere anche le primarie del Pd e se la prende con le primarie per non prendersela con se stesso è già uno spettacolo ai confini della realtà. Ma il meglio, o il peggio, deve ancora venire ed è già scritto negli astri, anche se nessuno lo vede perché tutti guardano il dito anziché la luna. Il Pd non esiste. È l’ologramma di una politica senza politica e di un centrosinistra a rimorchio di B. Tre anni fa Silvio e Uòlter si baloccavano con l’ultimo risiko partitocratico: imprigionare a tavolino la realtà complessa della società italiana in uno schema bipartitico (“Pdl e Pdmenoelle”, copyright Grillo). Siccome B., per motivi suoi di potere, voleva costringere gli alleati sempre più riottosi a giurargli eterna fedeltà sul predellino della sua auto, il centrosinistra pensò bene di anticiparlo facendo la stessa cosa. Ne nacque questo abortino che, a parte accelerare la caduta di Prodi, cambiare tre segretari in sei mesi e perdere in due anni tutte le elezioni e un terzo dei suoi voti, non ha combinato nulla.

E ora che, grazie a Fini, B. è alla frutta, i vertici del Pd non sanno cosa mettersi. L’unica idea vagamente popolare che avevano partorito, le primarie, diventa la loro tomba. Per un motivo evidente a chiunque abbia un cervello, dunque non a loro: non hanno la più pallida idea di che cosa siano le primarie e di chi siano i loro elettori. Le primarie servono a far scegliere agli elettori il candidato del partito o della coalizione più adatto per vincere le elezioni. Dunque non può esistere, alle primarie, “il candidato del Pd”. Si candida chi vuole e quello che prende più voti viene sostenuto da tutti. Invece questo trust di cervelli tenta ogni volta di imporre alle primarie il candidato del Pd, che regolarmente perde: o perché è peggio dell’altro, o perché gli elettori scelgono regolarmente l’altro che ha l’indubbio vantaggio di non esser sostenuto dal Pd.

È accaduto in Puglia con Vendola contro Boccia, a Firenze con Renzi contro Pistelli, a Milano con Pisapia contro Boeri. Significa che gli elettori sono più “di sinistra” dei loro dirigenti? Manco per sogno. Gli elettori considerano destra, sinistra e centro categorie un po’ meno attuali di assiri, babilonesi e fenici. Semplicemente scelgono il candidato più conosciuto e/o riconoscibile, dunque incompatibile con le alte strategie uscite dagli alambicchi della nomenklatura.
Tra Casini e Di Pietro, per dire, gli elettori non hanno dubbi: non perché Di Pietro sia più a sinistra di Casini, ma perché, diversamente da Casini, ha sempre combattuto B. Infatti, da tre anni, il primo punto all’ordine del giorno del politburo piddino è scaricare Di Pietro per imbarcare Casini. Se avesse deciso la base, il centrosinistra sarebbe sceso in piazza con i girotondi, con i pacifisti, i noglobal, i noTav, i no-DalMolin, i grillini, la Cgil, la Fiom e il Popolo viola. Infatti se n’è tenuto a debita distanza: la piazza no, guai, è pericolosa.

Dopo la vittoria di Vendola su Boccia, D’Alema ridacchiò: “Il problema non è vincere le primarie, ma le secondarie, cioè le elezioni”. Vendola vinse pure le elezioni. Allora il geniale Fioroni propose “primarie finte” per far vincere il candidato di partito. Letta (Enrico, lo zio Gianni non avrebbe mai osato), spiegò che “le primarie soffocano le possibilità di successo del nostro candidato”. Ora, dopo la tranvata milanese, temendo che Vendola vinca anche le primarie nazionali, il Pd non si pone neppure il problema di trovare un candidato più credibile di lui (e di Bersani, ça va sans dire): vuole abolire le primarie. Secondo il noto perditore Boccia, “sono ormai diventate un regolamento di conti tra ex Pci”. Il sagace Follini, noto trascinatore di folle, tuona contro “il culto delle primarie che rischia di trasformare il Pd in campo di battaglia per le scorrerie di tutti gli altri” (quelli che vincono). Sublime il professor Ceccanti: “Il Pd è diventato un partito di sinistra e allora è inutile fare le primarie perché quasi sempre vincerà un candidato minoritario”. A questo punto torna utile una nostra vecchia proposta: abolire le elezioni. Anzi, meglio ancora: gli elettori.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)


Elementare WatsonLe poesie di Carlo Cornaglia
Primarie di Milano, mamma mia!
Non vince l’uomo scelto dal Pd,
ma il sinistro Giuliano Pisapia
al qual Vendola Nichi disse: “Sì!”

Ormai è una gloriosa tradizione
che del Pd non vinca il candidato,
successe al Nord, al Centro, in Meridione,
chi ha il suo sostegno, ahimé, viene trombato.
(leggi tutto)



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Bisognerà prima o poi arrendersi all’evidenza. Ci meritiamo – oltre al Berlusconi che ogni giorno  costruisce la sua fuga dai processi – anche e specialmente tutto lo spettacolo complementare della sinistra, l’antico Bersani e il modernissimo Veltroni, il puntiglioso Franceschini e il rotondo Vendola, tutti capaci di declinare questa perfetta irrilevanza politica che morendo tutti i giorni, tiene in vita quell’altro accampamento speculare: le anime morte della libertà.
E’ un gioco di concavi e convessi. A destra regna la baraonda, la compravendita dei voti, il baratto dei parlamentari, la dissoluzione di tutti i progetti a parte quello destinato a preservare l’impunità del Capo. A sinistra regna il nulla.

Nessuno tra i molti candidati al prossimo soglio democratico che sappia imbracciare una nuova narrazione, parlare dei precari senza prospettive e dei terremotati senza case, dell’acqua privatizzata e della scuola pubblica dissolta. Svelare le bugie archiviate, ricordare le promesse non mantenute. Raccontare il disastro internazionale dell’Italia che marcia con Sarkozy, si piega con Putin, rotola con Gheddafi. Opporsi all’implosione dentro la quale la Lega ci sta trascinando con le sue scuole tatuate col sole celtico, e le camicie verdi che circondano il tricolore per bruciarlo.

Possibile che nessuno a sinistra alzi più la voce? Bisognerà pur dire che Bossi non è un avversario, ma un nemico della Nazione. Che il suo alfabeto è una minaccia. E che il suo migliaio di caporali pieni di rancori e di razzismo dovrebbero piantarla di ruttare a nome del Nord. E’ troppo chiedere a questa opposizione da nulla una voce, un proposta, una solenne incazzatura? 
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro) 

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bertolotti de pirro

Si dà il caso che la sola, autentica, originale vittoria sulla destra, in queste catastrofiche elezioni del non voto e del voto espresso, l’abbia conseguita Nichi Vendola in Puglia. Una impresa che sembrava non solo temeraria, ma addirittura impossibile: sconfiggere contemporaneamente i due berlusconismi italici, quello autentico della destra scesa in campo con la diretta investitura del sultano di Arcore, e quello speculare degli apparati del partito democratico che agivano con la diretta investitura di Massimo D’Alema, lo Stratega, il Machiavelli del Salento, la Mente Più Lucida della Sinistra, lo Skipper.

Ricorderete le rotte che un paio di mesi fa il volitivo D’Alema aveva cartografato con brevi e imperiosi segni sulle mappe del nostro mare sociale: “La situazione è resa difficile non dalle nostre trame, ma dalla decisione di Vendola di candidarsi” (29 novembre). “Sono stato chiamato per affrontare una situazione estremamente difficile creata da Vendola”. (27 novembre). “Il suo personalismo ha avvelenato una vicenda politica  che doveva svilupparsi diversamente. Potevamo puntare su Boccia senza fare nemmeno le primarie, come ci chiedeva l’Udc di Casini” (21 gennaio). “Vendola non è in grado di realizzare ciò di cui la Puglia ha bisogno, cioè quella coalizione democratica con l’Udc che stiamo sperimentando. Non è una improvvisazione, ma una strategia politica”. (18 gennaio). “Ha messo il partito con le spalle al muro”. “Come leader ha fallito”. (24 gennaio)

Frasi d’astiosa intolleranza, anche loro di sapore arcoriano. Rivelatrici. Come tante altre assonanze: soldi, affari, alleanze spregiudicate, stili di vita. Dal progetto di privatizzare l’Acquedotto pugliese voluto tanto dai dalemiani quanto dai faccendieri della destra. Fino al notevole dettaglio del supermarket sessuale di Giampi Tarantini che offriva proprio la stessa merce (anche mentale) alle tristi notti del Cavaliere e a quelle del succedaneo Frisullo. 
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Commento del giorno
di psikosara - lasciato il 29/3/2010 alle 14:39 nel post
La Polizia della Casta
Qui Radio Londra : è stato ufficialmente ripristinato il reato di opinione ; tutta la cittadinanza è invitata a consegnare a un delegato della Guardia Nazionale tutti i fogli A 4 reperibili in casa con relativi pc.


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natangelo

Da Il Fatto Quotidiano del 26 gennaio 2010

C’è un che di pervicacemente odioso nel comportamento degli elettori pugliesi del Pd. Alle primarie di cinque anni fa D’Alema ordina di votare Boccia e loro votano Vendola al 51%. Ora D’Alema riordina di votare Boccia e loro rivotano Vendola, ma al 75%. Percentuale che a Gallipoli, casa D’Alema, sale all’80 e a Fasano, casa Latorre, all’85. Più passa il tempo e meno gli elettori capiscono le alte strategie dell’Attila del Tavoliere. Non che Boccia fosse proprio senza speranze: le ha perse quando D’Alema ha deciso di dargli una mano. In quel preciso istante persino Vendola, con tutte le cazzate che ha fatto in questi ultimi mesi, è parso uno statista. Quando poi Max ha dichiarato che “Vendola ha fallito come leader” e “io non ho mai perso un’elezione in vita mia”, è apparso chiaro che Nichi avrebbe stravinto. Quando infine Max ha assicurato a Boccia che, alla peggio, avrebbe “perso bene”, il giovanotto ormai terreo si è visto definitivamente perduto. Infatti, candidato di un partito al 30%, s’è fatto doppiare da quello di un partito al 2%. Un trionfo.
Qualche schizzinoso osserva che non è stata una mossa geniale contrapporre a Vendola un candidato già sconfitto da Vendola e poi, per giunta, meravigliarsi se ha riperso con Vendola. Ma questa è gente che non capisce l’intelligenza di Max. Che ora, per così poco, non deve darsi per vinto, anzi, insistere nell’opera di rieducazione delle masse.
Magari, fra cinque anni, quando si ripresenterà per la terza volta in Puglia con Boccia al fianco, prenderà solo i voti di un paio di anziane prozie, ma nel frattempo i voti complessivi del Pd saranno scesi a tre: vittoria assicurata col 66%.

L’importante è continuare a seguire gli amorevoli consigli del Pompiere della Sera, che con i suoi Galli della Loggia, Panebianco, Ostellino, Battista e Franco ha gioiosamente sospinto il Pd verso la proficua alleanza con l’Udc di Casini, Cesa e Cuffaro, infinitamente più graditi al popolo del centrosinistra che non, poniamo, un Vendola o un Di Pietro. Da anni questi giganti del pensiero si affannano a invitare il Pd al dialogo con Berlusconi e a metterlo in guardia dall’antiberlusconismo, come se il travaso di voti del Pd all’Idv fosse colpa di Di Pietro e non merito del Pd. Ora finalmente assaggiano il risultato dei loro amorevoli consigli: nel giro di un mese l’Attila di Gallipoli ha trasformato il centrosinistra in un campo di Agramante in una delle poche regioni in cui, nonostante lui, aveva ancora un senso e qualche voto. Ma niente paura: nemmeno le primarie in Puglia serviranno da lezione. E’ già pronto l’alibi: non potendo dare la colpa a Di Pietro (che si è detto pronto a sostenere tutti i candidati indicati dal Pd, purché gli vengano comunicati prima delle elezioni), il capro espiatorio è già stato individuato nel sindaco di Bari, Michele Emiliano, che per dar retta a Max è uscito pure lui con le ossa rotte dal Risiko dalemiano. 
 

Come se alle primarie non votasse la gente, ma le nomenklature. Michele Vietti dell’Udc ha le idee ancora più chiare: “Il Pd o abolisce le primarie, o si suicida” (l’Udc le ha abolite prima ancora di farle, anche perché verrebbero continuamente interrotte da retate delle forze dell’ordine). Ecco, è colpa delle primarie: finché si interpelleranno gli elettori, l’Udc non potrà mai allearsi col Pd. E manco col Pdl, visto che Casini, Cuffaro e Cesa sono molto popolari anche a destra. Massimo Franco, sul Pompiere, concorda: guai se il Pd arguisse dalle primarie che i suoi elettori non vogliono l’Udc, guai se tornasse all’“Unione prodiana già bocciata dagli elettori alle politiche del 2008” (in realtà nel 2008 non c’era nessuna Unione prodiana, ma il Pd di Veltroni che l’aveva appena fatta cadere). Ora, sempre col Pompiere nel taschino, Attila è atteso dalla mission più impossible della vita: dopo aver perso tutte le elezioni e averle fatte perdere anche a Boccia e al Pd, deve riuscire a perdere pure la Puglia contro un Carneade scelto da quel genio di Raffaele Fitto. Ma, con un po’ d’impegno, ce la può fare. 
(Vignetta di Natangelo)

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Commento del giorno
di Tolomeo - lasciato il 25/1/2010 alle 13:51 nel post Processo breve, processo morto
Vendola stravince le primarie in Puglia, il PD seriamente preoccupato, vede allontanarsi le probabilità di sconfitta.



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