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da Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2010

Ormai i depistaggi arrivano rapidissimi, in contemporanea con le piste. Lasciamo da parte Minzolingua, che è un professionista (il Tg1 è tutto un “presunto”: manca soltanto che B. diventi il presunto premier e quella di Arcore la sua presunta villa). A scavalcarlo han provveduto persino Emilio Fede, che al suo confronto è Ted Turner e lo stesso B., che ha confessato quasi tutto: conosce Ruby e le ha aperto il suo cuore, al punto di attaccarsi al telefono per salvarla dai poliziotti rossi che avevano osato fermarla per furto. Lasciamo pure da parte i giornali della ditta che, non potendo negare la storia, riattaccano le lagne del “gossip” e della persecuzione, come se la Procura di Milano avesse braccato la ragazza per incastrare B., e non se la fosse invece trovata fra i piedi per caso. Il Giornale titola: “Otto procure a caccia di Berlusconi. Neanche fosse Al Capone”. E Libero: “Ci risiamo con la gnocca. Trappolone per il Cav”. Se passa l’idea che lo perseguitano perché gli piacciono le donne, come riuscì a far credere un anno fa per Noemi, le veline candidate, la D’Addario e i festini nelle ville, B. vincerà anche stavolta. E nei bar si risentirà l’orrendo ritornello italiota: “Lui almeno ama le donne, a sinistra invece sono gay o vanno a trans”.
Proprio a questo – dirottare l’attenzione dal vero oggetto dello scandalo verso le sue abitudini sessuali – mirano le dichiarazioni rilasciate ieri da B., dopo l’improvvida confessione del primo giorno: “Amo la vita e amo le donne. Nessuno potrà mai farmi cambiare stile di vita, faccio degli sforzi massacranti, nessuno mi può impedire di passare ogni tanto qualche serata distensiva. Mi sono adoperato per trovare un affidamento per questa ragazza: mi sembrava in una situazione drammatica, le ho mandato una persona (Nicole Minetti, ndr) ad aiutarla”. E così, in un incrocio fra la parabola evangelica e la fiaba, ecco il buon samaritano che si ferma sulla strada fra Gerusalemme e Gerico a soccorrere la piccola fiammiferaia marocchina. Poi, si capisce, siccome si sacrifica per noi, avrà pur diritto a un po’ di svago. La vita è breve e la carne è debole.

Casomai, una volta tanto, le opposizioni volessero approfittare dell’ennesimo scandalo (non solo è un loro interesse, ma un preciso dovere), dovrebbero evitare dichiarazioni moralistiche sullo stile di vita, la concezione della donna, la volgarità e i gusti sessuali del premier (fatti suoi, di chi lo vota e frequenta). E inchiodarlo non al bunga bunga, ma agli aspetti pubblici della vicenda. 1) L’abuso di potere (non più reato grazie a un’astuta legge del centrosinistra) commesso con la telefonata in Questura per far rilasciare la ragazza prima che parli spacciandola per nipote di Mubarak. 2) Il ruolo della Minetti, “igienista dentale” e tante altre cose, promossa su due piedi consigliere regionale. 3) L’esercito di persone che vedono, sanno, magari registrano tutto e possono chiedere qualsiasi cosa in cambio del silenzio: ragazze, amiche, prosseneti, mediatori, autisti, uomini di scorta, persone di servizio, altri invitati. 4) Il ruolo di Lele Mora, che procaccia al sultano ragazze anche a pagamento, anche minorenni e poi, quando una si mette nei guai e   rischia di parlare, manda avanti la figlia per adottarla: lo fa gratis o c’è qualcosa anche per lui? 5) I tempi e i modi delle “indagini difensive” dell’on. avv. Ghedini, che interroga a una a una le ragazze ancor prima che compaiano dinanzi al pm: un’attività consentita da un’altra geniale legge del centrosinistra, che però potrebbe sconfinare nell’inquinamento probatorio.

Di questo dovrebbero parlare una politica e una stampa degne di questo nome. Infatti Bersani blatera di “singolari abitudini del premier”. Quel genio di D’Alema strilla all’“involgarimento” e chiede che “la Chiesa intervenga” (salvo poi accusarla di interferenza quando interviene su temi sgraditi al Pd). E il Pompiere della Sera titola: “La bufera delle feste di Arcore”. Ecco: il problema sono le feste e le condizioni meteorologiche nei cieli della Brianza. Più che un’inchiesta, basta aprire un ombrello. 
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

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Foto di twoblueday da flickr.comda Vanity Fair del 5 dicembre 2007

L’ultima volta che ho visto Azouz Marzouk, firmava autografi in una pizzeria-astronave dalle parti di Eupilio, Alta Brianza. Veniva esibito da Lele Mora – tra un tronista biondo e un’aspirante velina – come il meglio vedovo su piazza, l’attrazione illuminata dal sangue di Erba, l’orso da far ballare, con un’ostrica in premio dopo ogni numero ben fatto.

Tre ore ore più tardi, ho visto come Lele Mora, andandosene via coi suoi ragazzi ben pettinati, direzione il Casinò di Campione, lo scaricasse con un’alzata di spalle, niente posto per Azouz in automobile: “Tanto al Casinò mica lo fanno entrare”. Era una premonizione sul suo imminente destino: usato per una mezza serata in pubblico, fotografato dai paparazzi di Fabrizio Corona, scaricato un istante più tardi.

Ci ho ripensato ora che la sua parabola si è infine conclusa con il nuovo arresto per spaccio di cocaina, mentre comincia a circolare la spazzatura delle sue intercettazioni, quella sua clamorosa felicità (“è il periodo più figo della mia vita”, “mi pagano per fare sesso”, “faccio la bella vita in mezzo a bella gente”) che lo ha reso cieco alla tragedia, sordo al dolore, inconsapevole del baratro che si stava scavando.

La sua vera condanna – comunque andrà il processo – sta in questa deriva oscura che si è scelto. In quel pensarsi “intoccabile”. In quel suo nutrirsi di disamore e vanità, piccole furbizie, pessime compagnie. Ha ragione Carlo Castanga, il padre di Raffaella, il nonno di Youssef: “Azouz ha buttato via l’ultima occasione per cambiare”. E l’ha buttata credendo di farla franca. Credendo che un giorno, il casinò della vita, lo avrebbe fatto entrare.

Per chi lo ha accompagnato in quel viaggio sciagurato non c’è reato e non ci sarà pena. E’ un peccato.


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