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A  presto:
Ines

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Smettiamo di fantasticare stupidamente e guardiamoci negli occhi: suvvia, chi tra coloro che hanno vissuto nella Palermo degli anni ’50 non ha mai avuto contatti con esponenti di Cosa Nostra?



Circolo del Buongoverno di Milano

Pubblicato martedì 29/6/2010 da Marcello Gamberale Paoletti
Categoria: Giustizia, In evidenza
Nessun capitolo nei libri di storia
La Corte d’Appello riduce la condanna Marcello Dell’Utri a sette anni, ma sgretola il castello costruito sulle menzogne di molti collaboratori di giustizia. Aspettando la Cassazione, il senatore risulta colpevole solo per fatti antecedenti al 1992, la trattativa tra Stato e Cosa nostra andrà dunque cercata altrove.
di Marco Clarizia

Il fatto non sussiste. Dopo sei giorni di camera di consiglio, la Corte d’Appello di Palermo ha sentenziato: Marcello Dell’Utri ha avuto un collegamento con i mafiosi, ma solo fino al ’92. Il braccio destro di Silvio Berlusconi rimedia così sette anni di carcere per i suoi rapporti con affiliati a Cosa Nostra; meno dei nove anni inflitti nel primo grado di giudizio, meno degli undici chiesti dal Procuratore di Palermo, ma pur sempre sette anni. Una condanna non da poco, ma la politica, almeno quella, non c’entra più. Ed è una parziale liberazione.

Non c’entra più Forza Italia, fondata nel 1993, non c’entrano più i tragici attentati a Falcone e Borsellino né il presunto accordo con Bernardo Provenzano. I mandanti occulti delle stragi, gli intermediari della trattativa tra Stato e mafia, andranno adesso cercati altrove: un primo passo necessario per individuarli e rendere giustizia al nostro Paese, ai nostri morti. Al senatore resta la condanna a sette anni, una mezza sconfitta che può essere considerata una mezza vittoria. Il nuovo capitolo da pubblicare sui libri di storia con Dell’Utri e Berlusconi artefici delle pagine più nere dell’Italia, quel capitolo auspicato dal Procuratore Generale Nino Gatto, non è stato e non sarà mai scritto, perché il fatto non sussiste. La bomba atomica Spatuzza, le dichiarazioni di Giuffrè, la supertestimonianza di Ciancimino junior e tutto l’apparato di manipolazione dei collaboratori di giustizia è stato pesato dalla Corte d’Appello per quello che è: una marea di minchiate e contraddizioni. Con buona pace dei tanti giustizialisti che non riusciranno a rassegnarsi all’idea, pur gioendo della condanna, e che ovviamente non cambieranno posizione, perché il concetto “il fatto non sussiste” è assai scomodo e potrà dunque essere omesso.

Certo, resta la condanna a sette anni, ma con le accuse più gravi ormai stralciate la strada verso un’assoluzione piena in Cassazione sembra più percorribile. Marcello Dell’Utri ha definito la sentenza “pilatesca”: da un lato assolve dalla gravissima accusa di collisione politica, da un altro preserva un alto margine di condanna per dei fatti già smontati dalla difesa, dati e date alla mano. Ma più che dell’ignavia di Ponzio Pilato, qui si dovrebbe parlare dell’opportunità per la Corte d’Appello di non sconfessare in pieno quindici anni di indagini della Procura di Palermo. Quasi un contentino concesso al PG Nino Gatto in attesa di passare la patata bollente alla Cassazione, per la quale serviranno ben più che dichiarazioni contraddittorie, supposizioni e falsi storici già smontati dalla difesa.

Non bisogna d’altronde tralasciare il contesto in cui è nato e cresciuto Dell’Utri: ipotizzare che chi ha vissuto nella Palermo degli anni ’50 non abbia mai avuto contatti con esponenti di Cosa Nostra è fantasticare stupidamente. Il vero problema è che per avallare l’istituto del concorso esterno in associazione mafiosa bisogna considerare i reali contributi dati dall’esterno alle strategie dell’associazione, non la partecipazione ai matrimoni, gli appuntamenti in agenda o i contatti con esponenti della cosca, atteggiamenti che di fatto non rendono l’imputato mafioso a sua volta. Ma adesso non resta che aspettare tre mesi per leggere le motivazioni di una condanna a metà, leggere per capire, approfondire e difendersi, in attesa che con il terzo grado di giudizio arrivi il definitivo punto e basta, nel bene o nel male.

Nel frattempo possiamo considerare il Presidente Berlusconi come il grande assolto di questo processo: demolito il castello dei collaboratori di giustizia, le accuse di collusione politica tra Forza Italia e Cosa Nostra si sgretolano, perché per la Corte d’Appello di Palermo “il fatto non sussiste”. Un primo boccone che molta gente dovrà mandare giù in fretta, per non correre il rischio di strozzarsi quando sulla vicenda si esprimerà anche la Corte Suprema di Cassazione.


votaberlusconi.it
29 giugno 2010 ore 12:29
Capezzone: La sentenza contro Dell'Utri addolora ma smonta i teoremi
"Sia gli amici sia gli avversari farebbero bene a riflettere sulla sentenza della Corte d’Appello di Palermo. La sentenza, certo, addolora per la condanna contro Marcello Dell’Utri, comunque ridotta: e c’e’ davvero da augurarsi che la Cassazione possa essere molto piu’ coraggiosa, su questo.
Ma la Corte d’Appello, e questo e’ comunque un fatto di enorme rilevanza, ha smontato tutta la letteratura di fantascienza su cui gran parte della sinistra giustizialista e del network mediatico di supporto avevano lavorato per una decina d’anni: le assurde accuse di Spatuzza, il coinvolgimento del nascente centrodestra nelle stragi, la tesi della cosiddetta ’entita". Tutto questo e’ stato spazzato via: ed e’ su questo che una parte della magistratura, oltre che i tenutari di note trasmissioni televisive, con il contorno di sedicenti o autoproclamati ’mafiologi’, dovrebbero scusarsi. Chi pensava o sperava di usare questa sentenza in altri processi, per alimentare fumosi teoremi su politica e mafia, dovra’ rassegnarsi". Lo ha dichiarato Daniele Capezzone, portavoce del PdL.


guardian.co.uk,

Tuesday 29 June 2010 14.17 BST
Silvio Berlusconi ally had no Mafia links after 1992, court rules
Verdict effectively clears Italian prime minister over allegations his entry into politics was backed by Cosa Nostra
John Hooper in Rome




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