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Le immagini della rissa verbale tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini alla direzione nazionale del Pdl e quelle del volto gonfio d'odio e di fastidio del premier fotografano bene il Viet-Nam  politico che attende il centro-destra nei prossimi mesi. Anche se il momento della rottura definitiva non è ancora arrivato, è ormai chiaro che cosa succederà. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, nelle segrete stanze del potere si andrà settimana dopo settimana alla (vera) conta. Tra sgambetti, imboscate e un'alluvione di dossier fatti circolare dai media legati al presidente del Consiglio.

Il documento finale approvato dall'assemblea con 170 voti a favore solo 11 voti contrari (astenuto Beppe Pisanu) sembra sancire un trionfo di Berlusconi su tutta la linea. Ma non è così. Fini non se ne va. Resta al suo posto, resta presidente della Camera e soprattutto può godere di un seguito in parlamento superiore - ma di quanto? - rispetto ai numeri registrati in direzione (un organismo in cui non sono presenti molti deputati e senatori considerati suoi fedeli).
Nella mozione prova di forza votata si esclude la creazioni di correnti, si stigmatizzano le "ambizioni dei singoli" e si definiscono non "comprensibili le polemiche dopo le continue vittorie del Pdl". Ma proprio qui sta il problema. 

Come molti parlamentari di centro-destra dichiarano in privato, nel Popolo della Libertà si sa benissimo che le ultime vittorie elettorali sono frutto più del caso (assenza, o quasi, di avversari) che della reale forza del partito. Dal 2008 a oggi il Pdl ha perso poco meno di quattro milioni di voti. E altri ne perderà se le annunciate presunte riforme volute da Berlusconi (dalla legge bavaglio sulle intercettazioni telefoniche, sino a quelle costituzionali) invece che passare con un Blitzkrieg, peraltro impossibile quando si parla di riscrivere la carta fondamentale, causeranno nuove fibrillazioni nel Paese e nel partito.

Il sentiero nella boscaglia si preannuncia così parecchio pericoloso per il premier. Anche perché a sovrintendere il passaggio delle leggi a Montecitorio sarà ancora Fini. Che intanto continua a lavorare per creare un suo gruppo. L'ideale per lui sarebbe avere 37 deputati alla Camera, ma contando il Mpa di Lombardo ormai in rotta totale con i berlusconiani in Sicilia, per far cadere o condizionare il governo, ne potrebbero bastare solo 27. La guerra, o meglio la guerriglia, insomma è solo cominciata.   
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)


Segnalazioni

Venerdì 23 aprile, ore 21, Perugia. Nell'ambito del Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia, Peter Gomez e Marco Travaglio partecipano all'incontro Il Fatto Quotidiano: against all the odds. c/o Teatro Morlacchi. 
Il programma. La web tv del Festival. Gli autori di Chiarelettere al festival 2010.


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