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"Le storie false sono, prima di tutto, storie e le storie, come i miti, sono di per sé persuasive... Dimentichiamo per un attimo che alcune di queste storie sortirono effetti positivi, altre produssero orrore e vergogna. Tutte crearono qualcosa, nel bene o nel male. Non c'è nulla di inspiegabile nel successo che riscossero. Il problema è piuttosto capire come riuscirono a sostituire altre storie, che oggi consideriamo vere".
(Umberto Eco, "Il Sole 24 Ore", 13 maggio 2001)

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La Repubblica del ricatto


Corriere della Sera

31 agosto 2009
Il «mini dossier» che accusa Boffo spedito ai vescovi  
Il caso «Avvenire» - Le carte
L’intestazione: riscontro a richiesta di informativa 
Il testo consegnato a tutti i prelati tre mesi fa
Paolo Foschini 

Milano — Il suo anonimo estensore, chiunque sia, l’ha intitolato «Riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza»: e la prima osservazione, in effetti, è che nessun atto giudiziario tecnicamente definibile come tale porterebbe mai una intestazione del genere. Fatto sta che la famosa «nota» di cui tutta Italia sta parlando da tre giorni è questa qui: un foglio con 30 righe dattiloscritte in cui figurano espressioni tipo «prefato», «attenzionato», nonché un discreto
«sconcie» con la «i» a descrizione delle telefonate che sarebbero valse a Dino Boffo, direttore dell’ Avvenire , quei 516 euro di ammenda patteggiati nel 2004 davanti al tribunale di Terni.
La prima notizia di cui si è avuta definitiva conferma ieri è che quel foglio, appunto, non è un atto giudiziario bensì una lettera anonima. La seconda è che si tratta dello stesso foglio che praticamente tutti i vescovi d’Italia avevano ricevuto per posta, insieme con la fotocopia assai più stringata dell’effettivo decreto di patteggiamento, addirittura tre mesi fa: e che tutti quanti, a suo tempo, avevano buttato nel cestino.
A questo proposito può valere per tutte la dichiarazione rilasciata sabato da monsignor Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze a sua volta citato nel foglio in questione: «Quanto ai fogli anonimi che circolano in questi giorni, assurti al rango di 'informativa', li ho sempre ritenuti degni del cestino della spazzatura, quella spazzatura da cui provengono e devono tornare». Riassumiamo.
Siamo a fine maggio. Anche se il caso «Berlusconi-Noemi», in quel periodo, si è già trasformato ormai da settimane nell ’assai più ampio caso «Berlusconi+altre» lo scontro con Avvenire sulla morale del premier è ancora ben al di là da venire: gli interventi del direttore Dino Boffo sull’argomento, infatti, prendono il via solo il mese scorso. Eppure è già allora, tre mesi fa appunto, che sulle scrivanie delle curie italiane arrivano due fogli A4 spillati insieme e spediti da non si sa chi.Uno è la fotocopia di un vero certificato del casellario giudiziale di Terni (GUARDA) . Vi si leggono solo gli estremi di un decreto penale che il 9 agosto 2004 condannava Dino Boffo alla «am­menda di 516 euro» per il «reato di molestia alle persone commesso in Terni nel gennaio 2002»: nessun dettaglio ulteriore.Il secondo foglio (GUARDA) è quello di cui si diceva in principio. Chi lo scrive non lo intesta né a un giudice né a un pm, ma appunto a una fantomatica «Eccellenza » che gliene avrebbe fatto «richiesta »: ora è vero che questo è il titolo dei vescovi ma è anche quello, per esempio, dei prefetti. E il linguaggio del documento non assomiglia per niente a chi si intende di cose di Chiesa. Vi si legge così, come a spiegazione di quel che nel decreto non c’è, tutto quel che Il Giornale ha riportato venerdì scorso e cioè che «la condanna è stata originata da più comportamenti posti in essere dal prefato ». E che «il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconcie (sic) e offensive » eccetera, e che «il Procuratore della Repubblica rinviava a giudizio il prevenuto» (anche se una procura lo chiede, non lo decide), e che «Boffo aveva tacitato la parte offesa con un notevole risarcimento finanziario che...»: e la frase riprende la riga sotto con «per questo aveva ritirato la querela ». La nota continua si chiude come ormai si sa: «Noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia», «gode di alte protezioni, correità e coperture in sede ecclesiastica», la chiamata in causa dei cardinali Ruini e Tettamanzi nonché di monsignor Betori in quanto «a conoscenza » del «reato commesso». L’ultimo accenno riguarda gli incarichi di Boffo: la sua «preposizione » ad Avvenire e alla «televisione della S. Sede», quindi «l’appartenenza all’ente Toniolo che governa l’Università Cattolica».

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L'Espresso
6 agosto 1998
Discorrendo di metadiscorsi
Su alcune bizzarrie dell'epoca postmoderna
Umberto Eco
  "...Non ci si domanda se quello che è stato detto è vero, ma se chi l'ha detto aveva diritto di dirlo, e per quali sporchi motivi l'ha detto. Intendiamoci, questo salto metadiscorsivo è fondamentale per molti dei nostri rapporti umani. Per esempio, se uno mi ferma per strada e mi dice "Lei è in arresto" io debbo controllare se costui ha il diritto di dirlo, se cioè è un agente di polizia, perchè se per caso fosse un agrimensore o un salumaio la sua sarebbe semplicemente una battuta o un arbitrio. Si fa così anche con chi ci dice che abbiamo la tale malattia e che dobbiamo prendere la tale medicina: gli chiediamo le credenziali, e cioè se sia un medico. Ma questo vale in casi eccezionali. Di solito, invece, se qualcuno ci dice che piove, noi prendiamo l'ombrello o (se siamo diffidenti) sporgiamo la mano dalla finestra per controllare, ma non domandiamo a chi parla se sia un meteorologo: il suo buon diritto dovrebbe essere stabilito dal fatto che riesca o meno a provare quello che dice. Invece se oggi qualcuno dice che Pierino ha rubato la marmellata, prima di andare a controllare se la marmellata ci sia ancora, si discute se chi parla abbia il diritto di accusare Pierino; se per caso chi accusa non abbia in gioventù rubato a propria volta la marmellata; per quali motivi più o meno riprovevoli e occulti chi parla si occupa di Pierino. Si tratta certamente di domande legittime, ed è pur sempre interessante rispondervi, per ragioni psicologiche, storiche o penali: ma esse ci allontanano dalla questione centrale, se Pierino abbia rubato o meno la marmellata. Rispetto a questo problema, non del tutto irrilevante, le meta-domande non servono a nulla perchè (1) se chi accusa Pierino non ne ha il diritto o la veste, questo non vuol dire che Pierino sia innocente; (2) se chi accusa ha a sua volta rubato, questo non vuol dire che Pierino non abbia rubato; (3) se chi parla lo fa per invidia o vendetta, non per questo sarebbe meno riprovevole l'azione di Pierino (e purtroppo da quando mondo è mondo polizie e tribunali campano su accuse mosse veritieramente da persone motivate da sentimenti riprovevoli nei confronti degli accusati). Il tutto diventa ulteriormente discutibile quando chi avanza le eccezioni è lo stesso Pierino. Detto in altre parole, il buon senso vorrebbe che, di fronte all'affermazione che sei per sei fa trentasei, i dibattenti si sedessero in cerchio, mettessero insieme sei mucchietti di sei palline ciascuno e poi contassero quante ce ne sono. E' invece anormale (ma è norma recente) che non appena qualcuno fa questa affermazione, qualcun altro gli risponda che non è legittimato a farla, o che la fa per malanimo".


La Repubblica
9 febbraio 2001
Archiviare il caso Ariosto
"È destinato a restare per sempre ignoto il nome del misterioso committente che all' inizio del 1998 cercò di scatenare una nuova campagna di diffamazione contro Stefania Ariosto, la «teste Omega» dell' inchiesta sulla corruzione tra i giudici romani. Ieri, infatti, la Procura della Repubblica di Roma ha deciso di chiudere con una richiesta di archiviazione l' indagine a carico di quello che, finora, era l' unico personaggio sospettato di avere tirato le fila dell' operazione: Cesare Previti, deputato di Forza Italia, che proprio grazie alle dichiarazioni dell' Ariosto è stato incriminato per una serie di tangenti distribuite tra magistrati romani per conto di Silvio Berlusconi e del petroliere Nino Rovelli. Secondo la procura di Roma gli indizi che indicano Previti come il mandante della manovra sono contraddittori e comunque insufficienti a sostenere l' accusa in giudizio. Sulla proposta di archiviazione dovrà esprimersi ora il giudice preliminare. I veleni contro la Ariosto erano stati resi pubblici l' 11 gennaio 1998 sull' Avanti!, nell' imminenza del voto della Camera sulla richiesta di arresto di Previti avanzata dal pool Mani Pulite. Secondo il dossier dell' Avanti!, la superteste dell' indagine milanese era in realtà da oltre dieci anni una agente dei servizi segreti. A sostegno di questa tesi, il dossier conteneva alcuni rapporti della Criminalpol e atti della Procura della Repubblica di Roma. Tutti falsi, e abbastanza grossolani. Nemmeno una settimana dopo la pubblicazione del dossier, il suo autore era finito in cella: si trattava di Angelo Demarcus, un ex ufficiale dei servizi segreti della Marina divenuto uno specialista in rivelazioni tanto clamorose quanto inattendibili. Per conto di chi agiva Demarcus? Nell' originale del dossier sequestrato all' ex 007 era riportato più volte l' indirizzo di Cesare Previti, e lo stesso Demarcus, interrogato in stato di arresto aveva indicato nell' ex ministro della Difesa il mittente di alcuni dei documenti. Messo a confronto con Demarcus, l' esponente azzurro aveva ammesso di avere consegnato all' uomo alcuni documenti risultati poi falsi, ma spiegò di averli ricevuti a sua volta per posta in forma anonima. E negò di avere dato alcun incarico a Demarcus perché traducesse il materiale in un dossier. A fare da intermediario tra Demarcus e Previti, il giornalista Giorgio Zicari: anch' egli collaboratore dei servizi segreti negli anni Settanta, quando lavorava al Corriere della sera. Demarcus è già stato rinviato a giudizio per il dossieraggio antiAriosto, ed è attualmente sotto processo. Nel frattempo ha accumulato altri guai per un altro dossier falso contro il presidente della Camera Luciano Violante. Ed il suo nome è comparso anche nell' inchiesta sull' inquietante furto compiuto nella notte del 16 luglio 1999 nel caveau della banca interna del Palazzo di giustizia di Roma, compiuto - secondo una delle ipotesi degli inquirenti - anche per impadronirsi di documenti custoditi nelle cassette di sicurezza di magistrati e avvocati"

Umberto Eco, "Tipologia della falsificazione", in: Fälschungen im Mittelalter, vol. 1 (Monumenta Germanica Historica, Schriften, vol. 33) (Hannover: Hahn, 1988), pp. 69-82.
"Noi ci troviamo di fronte, nell’universo politico e nella circolazione dei mass-media, a un nuovo tipo di falsificazione. Si tratta non solo della falsa notizia ma del documento apocrifo, messo in circolazione da un servizio segreto, da un governo, da un gruppo industriale, e fatta pervenire ai giornali, per creare turbamento sociale, perplessità nella pubblica opinione. Si parla di notizia “falsa”, senza che ci si debba porre problemi epistemologici, perche’ questo tipo di notizia é destinata ad essere scoperta come falsa in breve tempo, anzi si potrebbe dire che viene messa in circolazione come vera affinché si scopra dopo poco che era falsa. Infatti la sua funzione non é di creare una falsa credenza ma di smantellare credenze o fiducie assestate. Essa serve a “destabilizzare”, a rendere sospettabili i poteri o i contropoteri, a far diffidare delle fonti, a creare confusione... I contemporanei falsificano allo scopo di creare sfiducia e disordine. La nostra epoca, filologica, non puo’ piu’ permettersi falsificazioni che si presentino come verità perché sa che sarebbero presto smascherate; opera diffondendo falsificazioni che non debbono temere alcuna prova filologica, perché sono destinate ad essere smascherate subito. Non é la falsificazione singola che maschera, nasconde, confonde, é la quantità delle falsificazioni riconoscibili come tali che funziona come maschera, perché tende a rendere inattendibile ogni verità".

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Corriere della Sera 
31 agosto 2009
Il direttore dell’«Osservatore Romano» e lo scontro tra mondo cattolico e politica
Vian: rivendico di non aver scritto sulle vicende private del Cavaliere 
«Santa sede-governo, rapporti eccellenti.
Avvenire? Qualche scelta imprudente»
di Aldo Cazzullo



La frattura tra Berlusconi e la realtà 

James Walston, Professor of International Relations at the American University of Rome, The Times, August 31, 2009:  "The institutional opposition, like the courts and President, have been trussed like oven-ready capons and most of the media is directly or indirectly controlled by the Prime Minister. If anyone dares to squeak, they are threatened directly. 
His foreign policy claims move between the comical and the megalomaniacal. His impatience and sense of omnipotence in business carried over to his political life, which now allows him to ignore reality and to create his own. 
Today, though, he acts like a man out of control. Even though he is one of the richest men and among the world’s political leaders, he seems disappointed and frustrated. No amount of wealth can make him young or handsome, force the Vatican to accept him, give him the influence of Mr Brown, Mr Sarkozy or Ms Merkel, or even bestow on him the status of established wealth like the Agnellis. So he overreacts against any criticism. 
But the gap between his reality and everyone else’s is widening. Various medications may take their toll and his happy smirk can no longer hide the anger that boils to the surface when he is crossed. 
The minors and the prostitutes have cracked the image but, if he falls, it will be because no amount of spin can disguise his economic mismanagement. The unemployment and hardship that Italians are likely to face this autumn, for which he is largely responsible, will be the reality check that counts". 

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Corriere della Sera
31 agosto 2009
«La maglietta anti Islam? 
Mi pento, viva la Libia»
Calderoli e la sfida del 2006: a casa mia i due cammelli che il raìs ha regalato al Cavaliere 
Marco Cremonesi 

Alzano Lombardo (Bergamo) — A casa di Roberto Calderoli stanno per arrivare due cammelli. Nientemeno. Andranno ad aggiungersi all’orsa, al lupo e ai cani che già vagano per la tenuta dell’eccentrico ministro alla Semplificazione: «Sono quelli — spiega lui — che Gheddafi ha promesso in dono a Silvio Berlusconi. Con il premier siam già d’accordo: quando arrivano, li prendo io». Sembra passato un secolo dalla maglietta esibita in tivù nel febbraio 2006 lasciando intendere che raffigurasse le vignette satiriche condannate dall’islam. Ed era soltanto l’anno scorso che la Repubblica di Jamahiria fece sapere che avrebbe reagito molto male alla designazione di Calderoli a vicepremier. 
Calderoli, che succede? È diventato filo libico?
«Evviva la Libia. Anzi, evviva la Realpolitik »
Ma dall’atteggiamento di allora al suo sostegno di oggi alla visita di Berlusconi che cosa è cambiato?
«Mi son reso conto che aveva ragione Berlusconi. Le mie erano cariche contro i mulini a vento: o certe battaglie sono di tutti o, appunto, prevale la Realpolitik » .
Nell’assalto all’ambasciata italiana persero la vita 17 persone. Per lei questo che cosa ha rappresentato?
«È stato terrificante. Mi ha fatto stare di un male incredibile. Però, mi sono anche detto che ero diventato un ingranaggio di qualcosa di molto più grande di me. E continuo a credere che, in quella vicenda, la religione non c’entri».
Insomma: viva la Libia, viva il gas?
«Senza il petrolio e il gas libici siamo in ginocchio. Oggi, invece, li acquistiamo da loro a prezzi che mi dicono essere molto buoni. Dall’altra parte, c’è l’immigrazione. Bisogna ammettere che Gheddafi è diventato un partner affidabile, e il crollo degli arrivi di oltre il 90% è lì a testimoniarlo. La politica di Berlusconi ha pagato, e il Calderoli con la maglietta ha fatto più di un passo indietro per il bene di tutti».
E pazienza se il capo di stato libico ha un’idea di democrazia molto personale? E se accoglie un terrorista come un eroe?
«Per la democrazia, di certo, ci sarà da aspettare. E certamente, l’odiosità dei festeggiamenti al terrorista di Lockerbie è qualcosa del vecchio Gheddafi, leader di un Paese arroccato e isolato. Ma, ripeto, grazie a Berlusconi molto è cambiato, l’apertura della Libia al mondo ha fatto passi da gigante: chi si sarebbe aspettato un Gheddafi che stringe la mano al presidente degli Stati Uniti? E poi, diciamolo: se non puoi cambiare una cosa, tanto vale usarla al meglio. Come ricordavo prima, mentre io partivo a testa bassa, c’era chi proseguiva il suo shopping energetico».
Va bene. Però, anche la visita a Roma non è stato un qualcosa di eccessivo?
«Forse. Però, devo ammettere che la vicenda della tenda a me è piaciuta: non posso che rimanere colpito da una persona che arriva e impone il rispetto delle sue origini e delle sue tradizioni » . 


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