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giustizia.it sito ufficiale del ministero
mercoledì 12 agosto 2009
Processo penale: Alfano,dialogo e decisioni
La riforma del processo penale "passa anche dall'attuazione del giusto processo. Occorre far sì che accusa e difesa siano esattamente pari e che il giudice possa essere davvero equidistante". Ai microfoni del Giornale Radio Rai, il ministro della Giustizia Angelino Alfano illustra l'obiettivo di fondo del suo ddl. E conferma la linea politica delle due D: "Dialogo e decisioni. Un dialogo senza decisioni è un infinito bla-bla di cui la gente non sente affatto il bisogno".

Servizio del Gr Rai



Unione Camere Penali.it
11/08/2009
11 agosto: l'UCPI sulle "scarcerazioni facili" 
Caso Bellerofonte - Basta risposte emotive, si affrontino i nodi della giustizia senza ipocrisia  
Ancora una volta si urla allo scandalo delle "scarcerazioni facili" e l'emotività travolge la ragione. E così, a fronte della applicazione della legge, il ministero invia gli ispettori. L'UCPI: si scoperchi la verità sulle cause dell'inefficienza e si affronti una buona volta il nodo della riforma della giustizia senza ipocrisie

Visualizza la stampa dell' 11 agosto

Caso Bellerofonte. Avvocati penalisti, in Italia presunzione di innocenza vale solo per i politici. “Ispettori ministro rispondono a indignazione per notizia che non c'e', piu' facile rubare verita' che comunicarla”
 
“Come troppo spesso accade, nel caso di scarcerazioni per decorrenza termini, l'emotività travolge la ragione. Di fronte alla applicazione della legge, si interferisce con la giurisdizione "inviando ispettori" per offrire una pronta risposta all'indignazione suscitata ed alimentata da una notizia che tale non dovrebbe essere” 
Lo afferma l'Unione delle Camere Penali Italiane, commentando la scarcerazione di Luigi Campise e le relative reazioni 
“La reattività dei media e del Ministro – proseguono i penalisti - verso l'applicazione di un corollario del principio costituzionale della presunzione d'innocenza rappresenta una costante solo quando tale applicazione riguarda i comuni cittadini. Quando, invece, l'applicazione della costituzione e della legge penale riguarda i politici,si pretende che la presunzione di innocenza sia assoluta e che la carcerazione cautelare rappresenti effettivamente l'extrema ratio del sistema” 
“L'UCPI ha più volte denunciato – concludono gli avvocati – come le scarcerazioni per decorrenza dei termini dipendano da inefficienze di sistema ed ha documentato come la eccessiva lunghezza dei processi non dipenda affatto da pretesi eccessi di garanzie.
I penalisti italiani ancora una volta esortano a superare l'atteggiamento ipocrita che sta alla base di tale schizofrenica analisi del processo e delle indagini penali ed invitano, nei rispettivi ruoli, l'informazione e la politica ad una seria riflessione sullo stato della giustizia penale in Italia. Ma naturalmente non servirà: è sempre più facile rubare verità che comunicarla”  
 


C'è crisi, c'é grossa crisi 

"GT: Come è andata? PD: Bene, niente busta però. GT: Veramente? PD: Giuro. Come mai? Tu mi avevi detto che c'era una busta. Mi ha fatto un regalino, non so, una tartarughina. GT: Uhm"
(Titolo: "E la mattina Patrizia disse a Tarantini: "Silvio é affettuoso, ma non mi ha dato la busta", pag.2, La Repubblica, 21 luglio 2009)

"Perché Berlusconi non spende per il Milan?
Il Presidente non spende perchè questi sono tempi in cui il bilancio deve prevalere sul cuore, che invece lo porterebbe a fare le follie di sempre... Il Milan é una società, non un ente parastatale che dev'essere finanziato da Berlusconi. Che sta tirando i cordoni della borsa in tutti i campi. Una settimana fa ha comprato dei regali ai nipotini, e sapete dove? Al supermarket.".
(Risponde Emilio Fede, direttore Tg4, "Oggi", il settimanale della famiglia italiana, 12 agosto 2009)


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Avvenire

28 luglio 2009
Lettere 
Il direttore risponde
Niente «silenzi di convenienza», parole appropriate 


Caro Direttore, 
è da un po’ di giorni che sento tanta amarezza nel mio animo, amarezza che a volte sfocia in rabbia. Sono un sacerdote e vostro abbonato da tanti anni, ma da sempre compero quotidianamente il giornale Avvenire. Vi ringrazio di tutto quello che fate perché si combatta e non ci si adatti alla cultura corrente, di massa, di profondo egoismo e di banalità sconcertante che si estende e domina cuori e menti di tanti giovani. Vi ringrazio delle vostre battaglie su tantissimi temi.
  Ma sono deluso dal vostro atteggiamento circa quello che da settimane riempie alcuni giornali: la vita privata del presidente del Consiglio. Quale spazzatura, quale disgusto, quale miseria. Aveva ragione la moglie dicendo «Aiutatelo, è ammalato». E lui ora non nega lo squallore, ma lo indica come performance, come capacità, come virtù… Afferma: «Non sono un santo e gli italiani mi vogliono così». Ma quale falsità! Tanta è la mia sofferenza per il vostro atteggiamento di silenzio, di attesa di verifiche certe,, di… come il Tg!
  Ma perché non una parola chiara su quello squallore? Perché anche i Vescovi non sono così chiari e precisi come su tanti altri temi di morale? Perché, senza condannare il peccatore, non si dice quasi nulla di questo peccato d’immoralità? E lui se ne fa un vanto! Quanta sofferenza, quanta amarezza nel vedervi così quasi servili, così poco decisi e precisi a condannare una moralità così squallida che purtroppo inficia menti e cuori di tante persone, di tanti giovani. Dov’è la parola chiara, precisa, puntuale che condanna? E questo atteggiamento di prudenza (che io definisco di convenienza), non c’è solo su atteggiamenti di morale sessuale ma anche del dovere di accoglienza delle persone che fuggono dall’inferno e chiedono aiuto. Dov’è la tolleranza cristiana? Né sul suo giornale né nelle parole di tanti Vescovi c’è stata una condanna precisa, chiara, evangelica. Solo il mio vescovo , il cardinale Dionigi Tettamanzi e i Vescovi lombardi sono stati precisi sul dovere dell’accogliere. E li ringrazio di cuore. Ma non certamente la Cei né il quotidiano Avvenire. C’è tanta amarezza in me. Grazie dell’ospitalità per questo sfogo e grazie se risponderà e pubblicherà. 
don Angelo Gornati, Limbiate 

Caro don Angelo, 
la sua lettera è giunta sul mio tavolo lo stesso giorno in cui un grande quotidiano nazionale titolava in prima pagina: «Berlusconi, spuntano altre ragazze / e il giornale dei vescovi lo attacca». E anche ieri lo stesso giornale è tornato ad argomentare con solerzia ancora in prima pagina e sempre a partire da ciò che su Avvenire era stato pubblicato. Lei mi dice che è sgomento per il nostro silenzio, mentre altri, prendendo al volo le nostre parole, ci fanno addirittura gridare.
  A chi devo credere? Per come sono fatto, credo a lei, e cerco di capire che cosa mi vuol dire. Non mi costa farlo, e non mi costa immaginare che cosa passa per la mente dei nostri preti in una stagione in cui la scena pubblica offre spettacoli niente affatto confortanti. Sono loro in trincea e più di tutti sanno quanto costa rappresentare alla gente le esigenze della vita cristiana. Eppure, proprio perché mi immedesimo nella sua delusione, don Angelo, non posso rinunciare a dirle come vedo le cose. E cioè che Avvenire non è stato zitto. Ha parlato sul tema a più riprese: con un fondo di Rossana Sisti, con un secondo fondo di Gianfranco Marcelli, con un terzo intervento di Piero Chinellato, infine con una mia risposta collettiva ad alcune lettere, che è il testo da cui ha attinto Repubblica per fare il titolo di cui dicevo. Vede, per i media nazionali la posizione di Avvenire è inequivocabile, glielo posso assicurare. E lo stesso mi sento di dire per i nostri Vescovi: sia il presidente cardinal Bagnasco sia il segretario generale monsignor Crociata hanno colto le occasioni pastorali che si sono presentate per prendere posizione in modo netto sul piano dei contenuti come della prassi.
  Chiunque è stato raggiunto dai loro interventi ha capito quello che si doveva capire: alla comunità cristiana tocca tenere alto il contenuto della fede, e non cedere a compromessi. Avvenire ha dato puntualmente conto di entrambe le loro prese di posizione. Per questo, pur con tutto il garbo possibile, non me la sento di accogliere la sua accusa di «convenienza».
  Non solo mi sembra ingenerosa, ma anche ingiusta. Provi a immaginare che cosa avrebbe fatto lei se nel Comune in cui opera si fosse presentata una situazione moralmente critica come quella nazionale. Avrebbe parlato chiaro, da prete, o avrebbe organizzato la dissidenza? Immagino che avrebbe fatto fino in fondo il prete. Che è, se ci pensa bene, esattamente la linea seguita dai Vescovi. Quanto agli immigrati, lei loda il pronunciamento dell’episcopato lombardo e ringrazia il suo arcivescovo, il cardinale Tettamanzi. E fa bene. Se, poi, avesse tenuto presente quanto il presidente della Cei aveva articolatamente detto a proposito della politica migratoria in occasione dell’assemblea generale dei Vescovi, non avrebbe colto divaricazioni.
  La cultura è naturalmente la stessa e anche l’approccio pastorale alla questione è il medesimo. Avvenire è stato zitto anche su questa tematica? Davvero difficile da sostenere e da dimostrare. Forse non s’è pronunciato in termini 'da scomunica' verso quanti operano in direzione opposta all’accoglienza. Ma lei crede che le parole grosse aiutino a convincere chi condivide e asseconda certe battaglie della Lega? Si sbaglia, don Angelo. Noi, rispetto ai problemi che pone l’immigrazione, dobbiamo parlare e muoverci in maniera da non perdere per strada la nostra gente, e non regalarla a posizioni culturali di chiusura. Dobbiamo invece con lucidità e lungimiranza continuare a tessere quello spirito comunitario che, per natura sua, è anche e necessariamente inclusivo.
  La saluto.


Avvenire  
12 agosto 2009 
Lettere
Il direttore risponde 
Senza strepiti, ma senza ombre 


Gentile Direttore,
nel ringraziarla per le parole espresse nella sua risposta alla lettera di don Gornati, mi sento spinto a contribuire al dibattito a tema con alcune considerazioni. Certamente i tempi sono complessi ed il discernimento delle vicende è difficile. Lo è per noi preti, lo è senz’altro per un direttore di giornale, lo è per gli uomini e le donne di buona volontà. Figurarsi se non lo è per i vescovi. Con ciò mi pare legittimo che ella fornisca a don Gornati un elenco preciso di occasioni in cui il suo giornale, come pure i rappresentanti dell’episcopato italiano, si sono pronunciati in modo preciso circa le vicende morali del presidente del Consiglio, come pure circa alcuni discutibili provvedimenti in materia di immigrazione. Mi pare però che il confratello volesse intendere qualcosa di più profondo. È vero che, da un lato, ci sono stati pronunciamenti; dall’altro però, se è vero e diffuso il malessere espresso dal sacerdote, tali pronunciamenti non sono stati sufficientemente netti. Siamo, lei mi insegna, nell’era della comunicazione. Frasi dette durante una prolusione o fondi che argomentano e dissertano sono già qualcosa rispetto a un silenzio assordante, ma effettivamente appaiono segnali assai debolucci se raffrontati alla conclamata sfacciataggine con cui ciò che dovrebbe essere messo in discussione viene invece sbandierato. Se poi confrontiamo la qualità e la nettezza degli interventi della Chiesa ufficiale in altri ambiti, quali ad esempio le battaglie sulla bioetica, la differenza di metodo salta più che all’occhio: là non si lesinò sugli urli (a volte francamente eccessivi, perché non evangelici); qui invece le mille prudenze pastorali volte a conservare unità nel gregge danno come risultato l’impressione di velati sussurri. Mi unisco perciò all’amarezza di don Gornati perché, certo, gli organi ufficiali della Chiesa hanno parlato (e come non farlo in questo giustamente definito "squallore"?) anche se l’impressione generale che se ne trae, dato purtroppo il contesto mediatico che ci impone le sue leggi, è di una assai flebile volontà di chiarezza ed evangelicità. Ho detto l’impressione, non l’intenzione. Salvando quest’ultima, bisognerà pure che qualche domanda ce la si ponga anche sull’efficacia, o quantomeno sulla chiarezza delle parole spese. Mi pare fazioso porsi insidiose domande circa il perché di questo diverso modo di trattare urgenze ugualmente pressanti. Mi pare doveroso, a livello pastorale, chiedersi se tutto ciò non solo non unisca granché il gregge ma lo getti in una più interiore e insidiosa confusione, come purtroppo constato assai diffusamente da questa prima linea dove, come lei stesso ricorda, noi preti stiamo. Grazie per l’attenzione e per le eventuali risposta e pubblicazione.
don Matteo Panzeri, Milano

Caro don Matteo, 
ero fuori sede e riesco solo oggi a pubblicare la sua lettera. Della quale la ringrazio sia per i contenuti che per il tono. Credo che la «ponderazione» di quelle che ci appaiono le condizioni migliori affinché l’annuncio del Vangelo risuoni nitido nella coscienza dei nostri contemporanei non debba mai, proprio mai, abbandonarci. E che questo sia come un assillo che ci tormenta e giudica ogni nostra parola, ogni nostro silenzio. Nessuno dei potenziali interlocutori dovrebbe trovarsi a pensare che parliamo o taciamo per «interesse» personale, per qualche esplicita o inconfessabile partigianeria. Certo, anche noi siamo immersi nella società delle opinioni, spesso caotica e pigra nelle sue analisi. In troppi cedono alla tentazione di reagire con un giudizio netto e definitivo al semplice frammento estrapolato da un discorso ben più complesso. Stiamo al caso nostro. Sull’atteggiamento assunto dalla Chiesa nei riguardi delle scelte «private» del premier Berlusconi sui giornali si sta dicendo un po’ di tutto: «Repubblica» può permettersi un giorno di dire che si è arrivati da parte nostra a «scomunicare» Berlusconi e il giorno successivo asserire il contrario. Opinionisti famosi si alternano e allegramente si contraddicono, senza avvertire minimamente l’esigenza di argomentare la tesi sostenuta. E questa non è una variante indifferente. Ovvio che non si debba parlare soltanto per avere il plauso dei giornali, lo diceva non a caso l’altro giorno il cardinale Bagnasco. Ma nel ponderare le condizioni di innesto del Vangelo non si può trascurare il «contesto». Io ad esempio, per il mestiere che faccio, non posso non tenere conto degli sfottò che mi arrivano nell’arco delle ventiquattr’ore da personaggi del calibro di Francesco Cossiga o di Giuliano Ferrara. Per questi non è certo vero che «Avvenire» abbia parlato flebilmente, e dietro «Avvenire» è chiaro che costoro vedono altri. Voglio dire, don Matteo, che la domanda che conta in queste circostanze è, a mio avviso, la seguente: la gente è riuscita a individuare le riserve della Chiesa? Ebbene, la risposta che a me sembra di poter dare – ma il mio è comunque un ambito di osservazione limitato – è che la gente ha capito il disagio, la mortificazione, la sofferenza che una tracotante messa in mora di uno stile sobrio ci ha causato. I più attenti hanno compreso anche i messaggi specifici lanciati fino ad oggi a più riprese. Non è vero che quelli degli esponenti della Chiesa italiana siano stati interventi casuali o accenni fugaci impastati dentro a testi di tutt’altro indirizzo. Ciò che si è detto, lo si voleva dire. Esattamente in quei termini. Ripeto l’analogia fatta dialogando con il suo confratello don Gornati. Immagini che una situazione simile a quella vissuta in ambito nazionale si verifichi nell’ambiente in cui lei opera. Come parroco, sono certo che intensificherà le occasioni in cui essere ancor più prete, ancor meglio annunciatore delle esigenze del Vangelo. Dubito molto che si metterebbe a sbraitare fino a organizzare la dissidenza, fino a far nascere il dubbio che l’esito politico della faccenda le stia a cuore più della chiarezza del Vangelo. Ecco, questo mi pare il criterio con cui i vertici del nostro episcopato si sono mossi, in una logica magisteriale che è in continuo divenire. Per franchezza, vorrei non lasciar cadere il suo accenno allo «squallore» di certo interventismo degli organi della Chiesa: davvero non so immaginare a chi in concreto si riferisca ed eventualmente a quale circostanza. Devo dirmi sicuro tuttavia che nello scrivere quelle parole lei non pensasse certamente ad «Avvenire», altrimenti "parresia" avrebbe voluto che anche il suo parlare non fosse troppo cifrato. La saluto con simpatia.




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