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18, 19, 23:  era 'de maggio 

Da un uomo del Pds al Viminale molti, soprattutto a sinistra, si aspettano un'operazione verità sui grandi e terribili misteri d' Italia.
"Non abbiamo mai rinunciato a porre problemi e ad esprimere posizioni anche molto critiche per le deviazioni che si sono prodotte, soprattutto nella gestione dei servizi di informazione, in passaggi difficili e torbidi della vita politica italiana. Ma non e' stata solo la sinistra di opposizione a sollevare problemi di risanamento e di controllo in settori cruciali per la trasparenza dello Stato e per la correttezza del giuoco democratico".
E per il futuro prossimo?
"Ci sono impegni già sollevati in Parlamento da rispettare. Sono stati gia' individuati nella relazione di un anno fa dal comitato parlamentare di controllo sui servizi, e non riguardano solo il ministero degli Interni. Credo che un po' in tutti i campi, e certo in termini diversi da ministero a ministero, la parola d' ordine di questo governo possa essere: rasserenare, risanare, riformare".
(Giorgio Napolitano, all'epoca neo ministro dell'Interno, intervista al Corriere della Sera, 18 maggio 1996)

Se dovesse dare un consiglio a Napolitano, che cosa gli direbbe?
"Gli direi innanzi tutto: signor ministro, io so che lei non ha mai creduto a quella sciocca paura che ha diviso l' Italia per cinquant' anni. Anche per questo, io so che lei sarà un buon ministro dell' Interno. Le posso dare due consigli. Come diceva Talleyrand ai suoi direttori generali, anche lei deve rispettare la regola et surtout pas trop de zéle, mai troppo zelo. La sua poltrona ha il difettuccio che chi ci arriva può credersi un padreterno. E' uno di quegli incarichi che producono deliri paranoici, soprattutto una pericolosa mania di grandezza. Quindi, niente zelo, onorevole ministro!". E il secondo consiglio? "Mai mangiare al ministero. La cucina dei ministeri, e anche di Palazzo Chigi, è abominevole". Un' ultima domanda. Che c' era in quelle schede intestate a Napolitano? "Guagliò, ma tu sei scemo! Se lo dico nella tua intervista, che cosa ci metto nel mio libro di memorie?".
(Federico Umberto D' Amato, già a capo dell'ufficio Affari Riservati del Viminale, "Napolitano e' ok lo spiavo dal '48", intervista a La Repubblica, 19 maggio 1996)

 "L' Italia va rassicurata sul fatto che non ci siano nuovi misteri. Mi impegno alla massima trasparenza del Viminale, ma non vado lì per aprire armadi, facendo il mio dovere vedrò anche se ci sono dei problemi di trasparenza. Sicuramente farò tutto quello che sarà necessario per risolvere i problemi della trasparenza, ma non intendo rifare la storia di 50 anni. Non vado a fare indagini retrospettive, ma assicuro il massimo impegno per ciò che è necessario a garantire la massima limpidezza oggi".
(Giorgio Napolitano, all'epoca neo ministro dell' Interno, intervento alla trasmissione "Linea tre" di Lucia Annunziata, La Repubblica, 23 maggio 1996)


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aldogiannuli.it
maggio 17th, 2009
Pinelli, Napolitano e il Corriere della Sera: una polemica imprevista…
...Napolitano, nel suo discorso ha accennato al Doppio Stato liquidandolo come “fantomatico”. Ovviamente il Presidente è liberissimo di esprimere una sua opinione, doppiamente autorevole ove si consideri il suo passato che lo vede fra le figure principali della storia repubblicana. Dunque, nulla da eccepire, ma solo se la cosa resta in questi termini. Infatti, non ci risulta che, fra le attribuzioni che la Costituzione attribuisce al Capo dello Stato, ci sia anche quella di sancire quale sia l’interpretazione storiografica più calzante. Questo, in un regime liberale, è compito del dibattito scientifico, che non ha bisogno di timbri di nessuna autorità politica, come accadeva in Urss. Peraltro siamo convinti che non fosse intenzione di Napolitano ergersi ad arbitro dei dibattiti storiografici. A inclinare il piano del discorso ci ha pensato un infelice articolo di Pier Luigi Battista (Corriere della Sera del 11 maggio us, leggi in pdf), che tirava per i capelli il discorso di Napolitano, per un sommario regolamento di conti con una serie di autori rei, dal suo punto di vista, di confluire nell’aborrita “ideologia del Doppio Stato” di cui forniva una versione puramente caricaturale. Gli autori citati (una schiera quanto mai eterogenea) hanno reagito in vario modo. Anche chi scrive queste righe ci ha provato, chiedendo spazio al Corriere che, nonostante le assicurazioni opposte, decideva di non pubblicare il pezzo che qui alleghiamo (pdf). Fra gli altri Travaglio ha recriminato sul comportamento del Presidente al tempo in cui era stato Ministro dell’Interno, attirandosi i fulmini di Piero Fassino che ha immediatamente solidarizzato con il Capo dello Stato.
Vedremo le prossime puntate del tormentone. Per ora, dato che la polemica ha investito l’affaire del cd “archivio parallelo della via Appia”, di cui sono stato testimone diretto, mi incombe il dovere di dare qualche informazione in merito... (leggi tutto)


Palazzo del Quirinale
9 maggio 2009
Intervento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al "Giorno della Memoria" dedicato alle vittime del terrorismo

La Repubblica
23 maggio 1996  
"Non aprirò gli armadi del Viminale"

Corriere della Sera
11 maggio 2009
E il Quirinale affondò l' ideologia del "doppio Stato"
La teoria e i suoi sostenitori
Pierluigi Battista


Corriere della Sera
17 maggio 2009
La tirata del Signor Verità e il libro di Orwell
Dino Messina


Torino / La polemica Critiche anche sulla vicenda De Magistris: lui guida il Csm, doveva dire qualcosa
Doppio Stato, attacco-show di Travaglio
Il giornalista cita Napolitano. Ma dal Colle: allora aiutò Commissione Stragi e pm


Fassino contro Travaglio:
«Solidarietà a Napolitano»
L'ex segretario Ds: «Dal giornalista ricostruzioni fantasiose su Piazza Fontana»


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From The Times
May 18, 2009
Public Duty and Private Vendetta
Silvio Berlusconi’s attack on an Italian newspaper is a campaign to cow dissent

trad.:
Silvio Berlusconi protesta perché si ritiene vittima di diffamazione. Si è scagliato contro 'La Repubblica' dopo che il giornale l'aveva sfidato a fornire spiegazioni plausibili a proposito dei suoi rapporti con un'aspirante modella diciottenne, Noemi Letizia, che lo chiama 'papi'. Secondo Berlusconi si tratta di una trama della sinistra che ha lo scopo di indebolire la sua autorità.
La protesta di Berlusconi é arrogante e assurda. Si é attirato il dileggio proponendo come candidate alle elezioni europee una schiera di ragazze attraenti dotate più di fascino personale che di preparazione politica. Quest'ultima prodezza é all'origine della richiesta di divorzio da parte della sua pazientissima moglie. Le domande poste da 'La Repubblica'... non costituiscono un'intrusione nella sua vita privata: riguardano i ruoli pubblici ricoperti da Berlusconi come uomo politico e come magnate dei media.
Le complicate relazioni politiche di Berlusconi sono rese anche più torbide dalla sua posizione dominante nei media... La sua campagna contro 'La Repubblica' si presenta minacciosamente, più come il tentativo di intimorire una voce dissenziente che come lo sforzo per proteggere la reputazione di un privato cittadino. Ed é di cattivo gusto il fatto che abbia sfruttato la sua posizione nei media per criticare sua moglie, insinuando che sia mentalmente instabile.
Questi sono i comportamenti di un uomo ricco e potente che tratta la politica e i media come fossero i suoi feudi. Il signor Berlusconi non ha troppo chiaro il senso della divisione tra i suoi interessi privati e i suoi doveri pubblici. Chi, sui giornali, lo critica svolge un pubblico servizio per un popolo mal governato.

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Alla Fiera del Libro va in onda il Tonino show
Videochat con Di Pietro: inviate le domande

A Torino l'ex pm va all'attacco della «sinistra acculturata, sofisticata». Gli altri leader all'angolo. E il numero uno dell'Italia dei valori sfila a Bertinotti anche la "lotta di classe".

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La Stampa

18 maggio 2009 
Tonino, il castigatore show
«In assenza della sinistra ci sto io». E sfila a Bertinotti anche la «lotta di classe»
Jacopo Iacoboni

Torino - La sintesi del Tonino Di Pietro show è sua. «In assenza della sinistra, ci sto io». Ma com’è potuto accadere? Una domenica al Salone del libro fornisce solo indizi, ma indizi sicuri e convergenti. Nella Sala dei cinquecento del Lingotto - una platea di insegnanti, impiegati, studenti, elettorato fin qui diviso tra Pd e Rifondazione - c’è un dibattito tra l’ex pm e l’ex subcomandante, due mondi che non potrebbero essere più distanti. Linguisticamente, concettualmente distanti. Bertinotti fa una lunga, novecentesca analisi sulla notte della sinistra. Parte del 17 ottobre e finisce con Jan Palach, il titolo del manifesto «Praga è sola», poi l’89, il muro di Berlino che cade, la globalizzazione che «ci ha spazzato via». Poi arriva il turno di Di Pietro, che c’azzecca Di Pietro con la sinistra?, e lui: «In assenza di sinistra, ci sto io». La sala, praticamente, cade giù. La sinistra viene messa all’angolo - qui dentro, almeno - dalla voglia di protesta, le folle per Marco Travaglio, l’entusiasmo in mattinata per Furio Colombo, gli applausi molto misurati che accolgono invece la tesi, esposta praticamente identica da D’Alema e Bertinotti, che «la crisi è della sinistra europea, se si guarda al resto del mondo non è così» (poi D’Alema cita Obama, Lula e l’India, Bertinotti ci infila anche Chávez; ma sono differenze da poco; e noi siamo in Europa). 
Insomma, per dirla in dipietrese: gli sta andando a fregare l’acqua nel loro vaso. Con invenzioni a loro modo memorabili, da consegnare al nuovo lessico politico. «E basta, con questa sinistra acculturata, sofisticata, prezzemolata», e la platea che ulula di godimento. «Fino a quando la sinistra si crogiola a chiedersi se io sono di sinistra o no mostra la sua faccia che tende a escludere chi non è acculturato come lei. Se non si cambia questa idea di sinistra diamo di sinistra un concetto... sinistro!!». Boato della folla. Bertinotti alquanto imbarazzato. E passi che poi c’è dell’incredibile sincretismo politico (a un certo punto si ode il Tonino dire: «Si sta producendo una nuova differenziazione di classe, da qui deriva una voglia di ricreare una lotta di classe»); la circostanza bizzarra è che a discutere su cosa sia sinistra sia lui. Ma è così, e non riuscendo a farci i conti i tanti dirigenti sconfitti si muovono come vasi incomunicanti, monadi che faticano a entrare in comunicazione con l’evento, che è poi il sempiterno evento della Protesta. Bertinotti lo fa ma quand’è giù dal palco, a tu per tu: «Ho osservato attentissimamente chi inneggiava, ho visto che erano quello che si sarebbe detto “ceto medio riflessivo”, impiegati, anche sindacalizzati, che hanno applaudito molto anche il mio passaggio sul lavoro, e sui meriti degli operai Fiat».
Aveva detto Fausto: «Se Marchionne riesce nelle sue operazioni è perché è bravo, ma anche perché a Torino e in Fiat c’è una cultura del lavoro, operaia, sindacale, che consente di cambiare il ciclo produttivo in tre mesi, mentre a Detroit ci vuole un anno e mezzo». Insomma, ragiona l’ex presidente della Camera, «questi sono nostri elettori, che vogliono protestare, gridare. Sentono che non abbiamo fatto abbastanza». Le distanze sono esemplificate dall’incomunicabilità delle due lingue. Un tale si alza e urla entusiasta, «Tonino, tu sei di sinistra!!». E lui: «E vabbuò, mica è un’offesa! Che devo fare, sono coinvolto». Le tirate propriamente antiberlusconiane del castigatore sono condite con dialetto e proverbi, «solo apparentemente c’è ’sto consenso al Cavaliere, ma gli italiani non so’ tutti scemi, il problema è che c’è un nuovo fascismo fatto di veline e grande fratello... per cui non facciamo gli schizzinosi, non diciamo che se siamo antiberlusconiani gli facciamo un favore. 
Il lupo è lupo, non è che diventa agnello se io smetto di denunciarlo!». E ancora, «perché D’Alema non ha fatto il conflitto d’interessi? Tra un viaggio in barca e l’altro ci piace chiacchierare». Boato. «Spero che le due sinistre si ritrovano (sic) sulla via di Damasco». Oppure, «se non ci fossimo noi una parte importante della società non voterebbe più». Già, l'astensione. Non solo tra intellettuali. Bertinotti concede che «Di Pietro è efficace, coglie una frustrazione e un bisogno di opposizione al berlusconismo, ma una sinistra deve contenere una critica al capitalismo, non solo una critica a Berlusconi! Berlusconi è solo un’estremizzazione di una tendenza acutissima in Europa, che è la crisi delle democrazie». «Hai ragione da vendere sul conflitto d’interessi - gli dice Fausto - ma posso dire che per me ha la stessa influenza la mancata legge sui Dico?». E qui la sala s’infuria: ma nooooooo. Sostiene Fausto che «così si rischia di consegnare la sinistra al giustizialismo». Ma l’ora è fuggita, si muore disperati, e la risposta di Tonino contro la sinistra prezzemolata è, nel genere, da annali, «ci dicono populisti, massimalisti, giustizialisti, isti, isti isti, eh... isti siamo!». Isti sono. La fine della sinistra.


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