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"Quei vasi comunicanti
De Magistris e i magistrati in politica

Un altro magistrato, Luigi De Magistris, ha deciso di entrare in politica, presentandosi nelle liste di un altro magistrato entrato in politica, Antonio Di Pietro. De Magistris ha dichiarato che la sua scelta è «irreversibile ». Ma il vicepresidente del Csm Mancino aveva già esortato i magistrati che fanno il loro ingresso in politica a «non tornare alla toga». Negli ultimi anni ci sono stati infatti troppi episodi di andirivieni tra magistratura e politica: da Pierluigi Onorato, tornato in Cassazione dopo anni di vita parlamentare, a Giuseppe Ayala; da Salvatore Senese in lizza per il posto di Procuratore generale della Cassazione dopo un’intensa attività politica, ad Adriano Sansa, che ha ripreso la sua attività di magistrato a Genova dopo essere stato sindaco di questa città.
Un sistema di vasi comunicanti tra magistratura e politica che allarma Mancino, comprensibilmente preoccupato dell’immagine «di parte» che questo giro vorticoso di andata a ritorno produce. E avrebbe scandalizzato Montesquieu, per il quale il potere giudiziario doveva essere «invisibile e nullo», in quanto i giudici altro non avrebbero dovuto essere «se non la bocca che pronuncia le parole della legge». E avrebbe indotto Benjamin Constant a invocare un «potere neutro», che intervenisse per rimettere in riga i tre poteri dello Stato legislativo, esecutivo e giudiziario, entrati, da tempo, in conflitto fra loro. Ma questa commistione fra politica e magistratura — che ha trasformato la seconda in supplenza della prima, secondo il togliattiano «viaggio attraverso le istituzioni», versione repubblicana della gramsciana «conquista delle casematte» della società civile e dello Stato — viene da lontano. Sta in una rilettura deformata e illiberale del secondo comma dell'articolo 3 della Costituzione: «E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Da questo generico principio programmatico —che dice troppo o troppo poco, o forse non dice proprio nulla, secondo quanto don Sturzo aveva scritto, ai tempi della Costituente, di certi articoli della Costituzione—in alcuni settori della magistratura si è fatta largo la legittimazione di una «funzione creativa e progressista » del Diritto; che non si ripromette, come dovrebbe, di applicare la legge, ma di «fare giustizia »; di raddrizzare «il legno storto dell'umanità». Non deve essere il diritto — per dirla con Kant —che si piega alla politica, bensì la politica al diritto. Mentre i magistrati che scelgono un partito sembra che vogliano fare della politica una prosecuzione con altri mezzi del loro diritto «creativo e progressista». Ma ci sono «emeriti» costituzionalisti che hanno detto che, dal 1948—vittoria elettorale della Dc sul Fronte popolare — l'Italia ha smesso di essere quella scritta nella Costituzione. E ce ne sono altri che hanno sostenuto che il principio di legalità è espressione del dominio borghese. Italia, Patria del Rovescio; non del Diritto". 
(Piero Ostellino, Corriere della Sera, 19 marzo 2009)

"Vorrei occuparmi di giustizia a livello europeo. Senza coordinamento, non si puo' sconfiggere la criminalità". Forza Italia? "Mi da' un' idea di lavoro, di efficienza, per questo mi trovo sulla stessa linea. Il giudice super partes? Certo, deve esserlo sempre. Ma questo non significa che come cittadino non possa presentarsi alle elezioni". 
(Renato Brichetti, già giudice istruttore del processo per il fallimento del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, intervistato ai tempi della sua candidatura nelle liste di Forza Italia alle elezioni europee, dopo le quali, non essendo risultato eletto, passato un breve periodo al ministero, ritornò a Milano con l'incarico di gip nella più completa indifferenza di Piero Ostellino, Corriere della Sera, 6 maggio 1994)



"Quel cursus honorum che porta sempre a sinistra. Avanti un altro! Il partito dei pm che conducono inchieste che li fanno diventare parlamentari si infoltisce con la scelta di Luigi De Magistris di candidarsi alle europee nelle liste di Di Pietro, suo leader naturale, peraltro, per biografia e grettezza politica. La scelta, in questo caso, è sconvolgente, e non solo perché conferma che in Italia il cursus honorum dei pubblici ministeri ha uno sbocco naturale - in realtà palesemente distorto - nel Parlamento nei partiti della sinistra (al momento sono una decina, tra i quali Di Pietro, D'Ambrosio, Tenaglia, Casson e Ferranti), ma perché questa candidatura è - come si direbbe a Oxford - un calcio nei denti al Pd di Franceschini, tuttora e inspiegabilmente alleato dell'Italia dei Valori... non si può non notare che questo cursus honorum dei Pm che sbocca in candidature della sinistra, abbia aspetti inquietanti". 
(Il Tempo.it, 19 marzo 2009)

"Al Palatrussardi Forza Europa Una festa dei club Forza Italia per lanciare i candidati al Parlamento di Strasburgo. 
L' addobbo prevede qualche bandiera rosso verde, grandi vele bianche che nascondono le gradinate e una Ford Escort dello sponsor dietro il palco. Eccolo il Palatrussardi dei concerti di Francesco De Gregori e Bob Dylan e del basket: trasformato in salone per la festa di Forza Italia, anzi, ormai, di Forza Europa. E' la prima cena della campagna elettorale per il Parlamento di Strasburgo. "Mettetelo in evidenza, e' un' iniziativa di quattro Club, tutto volontariato, il coordinamento nazionale di Forza Italia non c' entra", dice Filippo Cartareggia, presidente del Club Loreto Venezia. Anche Alessia Berlusconi, figlia di Paolo, e Sandra Mondaini sono del gruppo. Ospite d' onore Giampiero Boniperti, ultimo acquisto politico di Silvio Berlusconi, che lo ha convinto a lasciare la Juventus per Strasburgo. Tocca a lui e ad altri sei candidati un piccolo show sul palco insieme a Cesare Cadeo. Scherzano e si presentano "i futuri europarlamentari" Lino Burgaretta, direttore commerciale del Milan, Dario Rivolta, ex responsabile degli affari internazionali Fininvest, Guido Podesta' , amministratore della Edilnord, Alessio Gorla, responsabile dell' immagine di Forza Italia, Ercole Cacciami, professore alla Bocconi, e Renato Brichetti, il giudice del crac ambrosiano che se la prende con "i magistrati che fanno opposizione preconcetta". Fine della politica. Per gli ottocento gli invitati il menu' e' sobrio: penne alla barbarossa, risotto, vitello tonnato, insalata nizzarda e gelato. E' l' ora dello spettacolo con le ragazze di "Buona domenica". Il finale tocca alla pubblicita' : con la presentazione degli sponsor. La cena costa solo ventimila lire, al resto hanno pensato loro, compreso Divier Togni, che gestisce il Palatrussardi, e assicura di aver fatto un buono sconto. Fine della serata con l' inno: "Fooorza Italia"..." 
(Corriere della Sera, Milano, 13 maggio 1994)



"«Ridicola e grottesca». Così definisce l'indagine nei suoi confronti l'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, indagine che sarebbe servita a «offuscare» quella della candidatura del magistrato alle prossime europee nelle liste dell'Italia dei valori. 
De Magistris è indagato a Roma per le ipotesi di reato di concorso in abuso d'ufficio. S'ipotizza per lui anche l'interruzione di pubblico servizio in relazione all'inchiesta avviata a dicembre dalla procura di Catanzaro nella guerra tra le procure di Catanzaro e Salerno.
L'ex pm ha fatto notare che con lui sono indagati sette magistrati della procura di Salerno che hanno aperto «circa 100 procedimenti» sulla sua vicenda e «dopo due anni hanno dimostrato - ha spiegato nella trasmissione Omnibus su La7 - che ho agito in maniera corretta». 
«Lascerò la magistratura al momento che riterrò più opportuno» spiega l'ex pm ribadendo di aver preso un «impegno pubblico» a non tornare in toga, con la sua candidatura. Quanto alle parole del vice presidente del Csm Nicola Mancino («non tornino in magistratura i magistrati che si candidano»), De Magistris fa una velata polemica: «Sono d'accordo con lui, ma prendo atto che si ricorda solo ora dei magistrati in politica». 
«Di Pietro mi voleva candidare già alle politiche», spiega, «ma io rifiutai» perché «ero nel pieno del mio lavoro e volevo continuare a fare il magistrato».
«La separazione delle carriere di per sè non è un tabù e in un Paese democratico non bisognerebbe averne paura - dice De Magistris - Preoccupa però in questo momento in cui è in atto un disegno di svuotamento dell'indipendenza della magistratura». Esemplare è, secondo il magistrato, la norma che vuole togliere al pm la possibilità di acquisire direttamente le notizie di reato riservandola soltanto alla polizia giudiziaria. 
«Sarò indagato per i prossimi 30 anni - ha detto - Su di me sono stati aperti più di 100 procedimenti, un numero superiore a quello che riguardò i pm di Mani pulite». La prossima indagine potrebbe ipotizzare «un complotto tra me e Di Pietro prima ancora che entrassi in magistratura». 
Intercettazioni indispensabili. De Magistris torna a parlare del ddl che definisce «pessimo» perché le intercettazioni sono uno strumento di indagine «indispensabile». Tuttavia ritiene sbagliato condurre le indagini utilizzando esclusivamente gli ascolti di conversazioni ed è «scandaloso che sui giornali si parli di fatti privati delle persone».
(Il Messaggero on line, Roma, 19 marzo 2009)

"L' iscrizione nel registro degli indagati del gip Brichetti, che non si occupo' mai dell' inchiesta sulla Maa, ha suscitato clamore. Lo stesso magistrato in un comunicato afferma di aver appreso "con stupore e curiosità " la notizia, giunta - dice Brichetti - "nel momento stesso in cui e' circolata la concreta prospettiva di una mia candidatura nelle liste del Polo delle liberta' . Non posso che apprezzare la rara tempestivita' dei solerti divulgatori. Ignoro di che si tratti - conclude - e non mi lascerò né intimidire né impressionare, conscio di non aver nulla da temere nonché dell' assurdità e dell' infondatezza di qualsiasi ipotesi del genere". Brichetti, che tra l' altro é stato giudice istruttore del processo per il fallimento del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, nel ' 94 si era candidato nelle liste di Forza Italia alle elezioni europee, ma non era stato eletto. Dopo alcuni mesi trascorsi al ministero, era ritornato a Milano con lo stesso incarico di gip".
(Corriere della Sera, 10 marzo 1996) 

La Stampa
19 marzo 2009
Le toghe in politica
Carlo Federico Grosso

In occasione dell’esame della domanda di Luigi De Magistris di essere messo in aspettativa dalla magistratura in vista della sua candidatura alle elezioni europee, il presidente del Csm, Nicola Mancino, ha affermato che occorrerebbe introdurre la regola secondo cui un magistrato che entra in politica deve rinunciare per sempre alla toga. Perché, ha specificato il presidente, candidandosi il giudice o il pubblico ministero dimostra di essere diventato parte politica. Bisognerebbe ricorrere al principio di mobilità nella pubblica amministrazione. 
In tal caso, prevedendo che il magistrato, alla fine del mandato, entri in un’amministrazione diversa da quella giudiziaria, si conseguirebbe invece il doppio vantaggio di acquisire alla pubblica amministrazione un patrimonio di esperienza e di professionalità senza pari e di allontanare dall’ordine giudiziario un magistrato che rischierebbe di apparire parziale, danneggiando l’immagine dell’intera magistratura. 
Non so se sia stata, quella utilizzata, l’occasione più opportuna per esprimere tale opinione, in quanto il Consiglio e il suo presidente sono di recente intervenuti in sede disciplinare nei confronti di De Magistris e tali interventi hanno alimentato polemiche tuttora non sopite. È comunque un fatto che Mancino ha evidenziato un problema di carattere generale sul quale si è, in passato, ampiamente discusso, e sul quale merita tuttora ragionare.
Oggi è previsto che i magistrati non siano eleggibili nelle circoscrizioni sottoposte alla giurisdizione degli uffici presso i quali hanno esercitato le loro funzioni nei sei mesi precedenti la data di accettazione della candidatura. È stabilito che i magistrati che si sono candidati, ma non sono stati eletti, nei cinque anni successivi non possono esercitare funzioni giudiziarie nella circoscrizione nel cui ambito si sono presentati alle elezioni. Dal 2006 è stato ulteriormente disposto che quando cessano dalla funzione politica i magistrati devono scegliere un ufficio situato in una Regione diversa sia da quella nella quale era ubicata la sede di provenienza, sia da quella in cui sono stati eletti (salvo che si tratti di soggetti facenti parte della Cassazione, della Procura Generale presso la Cassazione e della Direzione Nazionale Antimafia, in ragione della competenza nazionale di tali uffici). 
Predisponendo questa griglia articolata di regole che impongono condizioni d’ineleggibilità e limitazioni nei luoghi di possibile riassunzione in magistratura, il legislatore ha cercato di contemperare due principi costituzionali contrapposti: il diritto di chiunque, e pertanto anche del cittadino magistrato, di non essere escluso dall’esercizio dei diritti elettorali passivi e l’esigenza di salvaguardare l’immagine d’indipendenza del singolo magistrato e della magistratura nel suo insieme. L’impatto sull’immagine d’indipendenza, si sostiene, si affievolisce se il magistrato eletto rientra nei ruoli della magistratura in un luogo lontano sia da quello dove lo si conosceva come giudice o come pubblico ministero, sia da quello in cui egli si è adoperato per farsi eleggere.
Mancino ritiene, evidentemente, che queste limitazioni non siano sufficienti a garantire l’immagine d’indipendenza indispensabile a chi esercita una funzione giudiziaria. E forse ha ragione. Il magistrato che si è impegnato direttamente in politica iscrivendosi a un partito, partecipando alle competizioni elettorali, discettando e polemizzando in un’assemblea elettiva, ha assunto sicuramente ruoli «di parte», ha compiuto scelte «di parte», ha parlato pubblicamente come soggetto «di parte». E questa sua posizione di parte è diventata tanto più evidente quanto maggiore sono stati il suo impegno e la sua visibilità, il rilievo e l’incisività della sua attività, il successo delle sue iniziative politiche.
Ecco perché, allora, potrebbe essere auspicabile la scelta radicale: il magistrato che sceglie l’avventura politica ha ovviamente il diritto di coltivare, come ogni altro cittadino, questa sua passione. Gli si imponga tuttavia un sacrificio. Quando deciderà di abbandonare l’impegno politico, gli si assicuri all’interno della pubblica amministrazione (magari garantendogli ampia facoltà di scelta) una funzione, un grado, uno stipendio adeguato al ruolo e alla funzione precedentemente esercitata. Non sia più, tuttavia, nell’esercizio della funzione giudiziaria. Nell’interesse, superiore, della migliore immagine d’imparzialità dell’amministrazione della giustizia.
Si dirà: la Corte Costituzionale, a garanzia delle posizioni precostituite, ha più volte enunciato il principio generale secondo cui il parlamentare ha diritto di conservare il «proprio» posto di lavoro. Giusto, in linea di principio. Ma davvero questo principio non può trovare, in qualche caso, limitazioni o censure nella prospettiva del rispetto di altri, superiori, interessi di carattere generale? Si può d’altro canto osservare che numerosi magistrati hanno già interpretato questa esigenza a livello di scelta personale di opportunità. Una riforma che recepisse le suggestioni evocate ieri dal presidente del Csm, pur imponendo una regola rigorosa di comportamento, l’arricchirebbe comunque di una forte garanzia, poiché al magistrato che avesse scelto di fare un’esperienza politica sarebbe in ogni caso assicurato un ruolo di rango all’interno dell’amministrazione pubblica.
Lo stesso De Magistris, secondo quanto hanno riportato ieri le agenzie di stampa, ha d’altronde reagito alle parole di Mancino affermando che la sua è una scelta di vita e che, in ogni caso, mai ritornerà ad esercitare le sue pregresse funzioni giudiziarie.


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