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Vignetta di Molly BezzOra d'aria
l'Unità, 26 agosto 2008


Lo schema ormai è un classico. Al Tappone minaccia di impalare i magistrati. L'Anm insorge, il Pdl la accusa di essere al servizio della sinistra, il Pd invita Al Tappone a non compromettere il dialogo sulle riforme «ma anche» i magistrati a non arroccarsi su posizioni corporative. Poi arriva il Ghedini o l'Angelino Jolie di turno e dice che no, impalarli forse è troppo: si potrebbe garrotarli, come gesto di buona volontà. A quel punto saltano su i pontieri del Pd che elogiano le «aperture» dei «moderati» Ghedini o Angelino in vista di un sereno confronto sulla Giustizia.

È accaduto per il Lodo Alfano: Berlusconi blocca 100 mila processi, poi bontà sua si accontenta di bloccare i suoi e il Pd esulta per la grande «vittoria dell'opposizione». È riaccaduto l'altro giorno: Al Tappone, citando Falcone (che probabilmente gli è apparso in sogno), minaccia di abolire l'obbligatorietà dell'azione penale, separare le carriere e infilare qualche altro politico nel Csm. Poi Ghedini e la Bongiorno si accontentano di separare le carriere e politicizzare vieppiù il Csm. E subito dal Pd si levano voci per la riapertura del dialogo, mentre Latorre se la prende con l'Anm («esagera») e Violante addirittura propone di portare da 1 a 2 terzi i membri laici, cioè politici, del Csm (un terzo nominato dal Parlamento, un altro terzo designato dal capo dello Stato, che potrebbe presto essere Al Tappone: geniale). È l'eterna strategia rinunciataria e gregaria del «meno peggio» che - diceva Sylos Labini - prelude sempre a un peggio peggiore.

A parte la patologica ossessione del Cainano per la stessa parola Giustizia, non esiste alcuna ragione per modificare l'azione penale, il Csm e le carriere dei magistrati (fra l'altro già di fatto separate dalla demenziale controriforma Castelli-Mastella). Ma stavolta, per creare dal nulla un'emergenza che non esiste, si cita a sproposito il pensiero di Falcone, ignorando l'appello della sorella Maria a leggere quel che davvero diceva Giovanni. Per esempio i due discorsi, citati a sproposito in questi giorni, del 5.11.1988 e del 12.5.1990 (Fondazione Falcone, «Interventi e proposte», Sansoni, 1994). Falcone criticava le derive corporative del Csm e dell'Anm e chiede ai colleghi più «professionalità e competenza tecnica» per rendere un miglior servizio ai cittadini, difendere meglio «l'autonomia e l'indipendenza della magistratura» e attuare «i valori di uguaglianza e di solidarietà sanciti dalla Costituzione». Altro che manometterla. La figura del «giudice impiegato», con la sua «carriera ispirata a criteri di anzianità senza demerito», finisce col fare il gioco di quei «settori esterni alla magistratura che valutano questa figura di giudice-impiegato come funzionale a certi progetti politici, che non tengono in sufficiente conto il valore essenziale per la democrazia di un controllo di legalità efficace e rigoroso nei confronti di chiunque». Capito? Di chiunque. «L'affermazione ricorrente di taluni settori della politica circa la ormai completa attuazione della Costituzione - diceva Falcone - va nettamente respinta: i valori costituzionali sono quotidianamente posti in discussione» mentre «è più acuta l'insofferenza di certi settori dell'economia e della politica avverso il controllo di legalità». Col nuovo Codice di procedura, in arrivo di lì a un anno, Falcone sosteneva che il pm avrebbe dovuto specializzarsi con «una sua specifica professionalità, che lo differenzia necessariamente dalla figura del giudice». Ma «non si tratta di esprimere preferenze o timori per un pm dipendente dall'esecutivo o per carriere separate all'interno della magistratura; anche se su questi temi ci si dovrà confrontare al più presto con mente scevra da preconcetti per elaborare e proporre le scelte ritenute più idonee».

Due anni dopo, Falcone denunciava «la forte tentazione dei partiti di occupare anche l'area riservata al potere giudiziario» che «rischia di scardinare l'assetto costituzionale della divisione dei poteri» e un «progetto di delegittimazione della magistratura» con «attacchi e sospetti sui giudici antimafia», accusati di «pretese scorrettezze nella gestione dei 'pentiti'» e di essere «professionisti dell'antimafia». Poi tornava ad auspicare una formazione specifica per pm e giudici, la cui «autonomia e indipendenza» vanno «tutelate», anche se «in modo diverso». E citava «l'obbligatorietà dell'azione penale costituzionalmente garantita», proponendo di «ridiscuterla e approfondirla», ma in senso esattamente opposto a quello oggi in voga: «Negli Usa gli agenti sotto copertura (gli infiltrati, ndr), pur di raggiungere risultati utili alle indagini, possono commettere impunemente reati», mentre in Italia l'azione penale obbligatoria lo impedisce. Non, dunque, creare zone franche per i colletti bianchi, ma, al contrario, consentire a magistrati e poliziotti di incastrarli anche con agenti infiltrati. Così, chiudeva Falcone, «garantire la legalità - cioè la punizione dei colpevoli dopo un giusto processo - sarà una conquista autenticamente rivoluzionaria». Parole che, se Falcone non fosse morto, o se qualcun altro le ripetesse oggi, farebbero gridare allo scandalo e al giustizialismo. Tutto il resto sono balle

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